domenica, dicembre 23, 2007

 

Menù per le feste





Per prevenire gli eccessi a tavola durante le giornate di gioia in famiglia abbiamo pensato ad un menù speciale per tutti




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venerdì, ottobre 20, 2006

 

Il mito di Adone

Adone nacque dal rapporto di sua madre Mirra con il nonno Cinira. Mirra era una fanciulla che si innamorò di suo padre Cinira. Mirra era disperata, e un giorno pensò persino di suicidarsi, ma la vecchia nutrice la fermò e dopo averla a lungo interrogata la vecchia riuscì a capire il dramma di Mirra e le promise un incontro d'amore con il padre. Durante i festeggiamenti in onore di Cerere, la madre della ragazza aveva fatto un voto di castità che le impediva di andare a letto con il marito. La nutrice allora propose a Cinira di accoppiarsi con una giovane vergine. C'era però una condizione posta dalla ragazza, quella di non farsi mai vedere. Tutto andò bene e padre e figlia si accoppiarono per nove notti di seguito, Mirra ne uscirà d’altronde incinta. Una notte Cinira spinto dalla curiosità guardò la sua giovane amante e si accorse che era sua figlia. Spinto ora dalla rabbia, prese una spada e la inseguì per tutta la casa e i boschi vicini. Mirra chiese aiuto agli Dei, che la trasformarono in un albero. Il padre continuò a colpirla e da ogni ferita uscì fuori una resina profumata, chiamata per l'appunto mirra. Dopo nove mesi si aprì la corteccia dell'albero e ne uscì un bambino: Adone.

Adone fu raccolto da Afrodite che lo consegnò a Persefone, il quale se lo tenne. Con gli anni Adone divenne uno splendido ragazzo, di cui si innamorarono tutte le donne. Di lui si innamorarono persino Afrodite e Persefone che diedero vita ad una disputa che giunse all'orecchio di Zeus. Zeus decise che la disputa la chiarissero le muse che decisero: Adone resterà 4 mesi con Afrodite, 4 mesi con Persefone, e 4 mesi con chi vorrà lui. Afrodite indossò la cintura della seduzione che faceva innamorare chiunque, e convinse Adone a passare con lei i quattro mesi di sua pertinenza. Persefone si recò da Ares che fuori dalla rabbia si mutò in un cinghiale e durante una partita di caccia uccise Adone. Si dice che Afrodite versò tante lacrime quante erano le gocce di sangue che uscivano dal corpo del suo amato, e da ogni lacrima nasceva poi un fiore. In quei giorni furono visti lunghissimi cortei di donne vagare per i boschi, perché erano molte le donne che si erano innamorate vedendo Adone.


mercoledì, aprile 19, 2006

 

Il mito di Edipo

Laio, figlio di Labdaco, sposò Giocasta è governò su Tebe. Da molti anni crucciato perché non aveva figli, consultò in segreto l'oracolo di Delfi, che gli spiegò come quella apparente disgrazia fosse in realtà una benedizione degli dei: il figlio di Giocasta avrebbe ucciso il proprio padre. Allora Laio ripudiò Giocasta, ma non le disse perché e la regina esasperata lo ubriacò e lo attirò di nuovo fra le sue braccia al calar della notte. Quando, nove mesi dopo, Giocasta diede alla luce un figlio, Laio lo strappò alla nutrice, gli forò i piedi con un chiodo legandoli assieme e lo abbandonò sul monte Citerone. Il Fato nonostante ciò aveva stabilito che quel fanciullo vivesse fino a tarda età. Un pastore Corinzio lo trovò sulle balze del monte e lo chiamò Edipo per via dei piedi deformati dalla ferite e lo portò con se a Corinto, dove a quel tempo regnava il re Polibo. Secondo un'altra versione Laio non abbandonò Edipo sul Citerone ma lo racchiuse in una cassa che fu gettata in mare. La cassa galleggiò sulle onde e toccò la riva Sicione. La moglie di Polibo, Peribea, trovandosi per caso sulla spiaggia per sorvegliare le lavandaie della reggia, raccolse Edipo e si celò in un boschetto e finse di essere stata colta dalla doglie del parto. Peribea riuscì a convincere le lavandaie che il bimbo era nato da lei, però disse la verità a Polibo, che fu ben lieto di allevare Edipo come suo figlio. Edipo un giorno si convinse che non assomigliava affatto ai suoi presunti genitori e andò a chiedere all'oracolo di Delfi quale sorte gli serbasse il futuro. La Pizia lo cacciò con disgusto dal santuario perché avrebbe ucciso suo padre e sposato sua madre. Edipo inorridito dall'idea di un imminente disastro decise di tornare a Corinto. Nello stretto valico tra Delfi e Daulide si imbatté in Laio che con voce aspra gli ordinò di scostarsi e lasciare il passo ai suoi superiori. Laio era su un cocchio ed Edipo a piedi. Edipo rispose che riconosceva come suoi superiori solo gli dei e i suoi genitori. I cavalli avanzarono ugualmente e una delle ruote ammaccò il piede di Edipo che, accesso dalla collera, uccise Polifonte, il cocchiere, con la sua lancia. Laio si trovò impigliato nelle redini per opera di Edipo che l'aveva scagliato a terra e frustando i cavalli lo trascinò nella polvere fino alla morte. Al re di Platea toccò di seppellire i due cadaveri. Laio era diretto a Delfi per chiedere all'oracolo come liberare Tebe dalla Sfinge. La mostruosa creatura, era figlia di Tifone e di Echidna, volata a Tebe dalle più remote parti dell'Etiopia; aveva testa di donna, corpo di leone, coda di serpente e ali di aquila. Era stata mandata da Era per punire i Tebani irata contro Laio perché aveva rapito il fanciullo Crisippo di Pisa. La Sfinge era accovacciata sul monte di Ficio, ed a ogni viaggiatore tebano poneva un indovinello quale essere con una sola voce che talvolta a due gambe, talvolta tre, talvolta quattro, e tanto è più debole tanto quante più gambe ha, è chi non riusciva a risolvere l'indovinello veniva strangolato e divorato sul posto. Edipo avvicinandosi a Tebe azzeccò la risposta rispondendo "l'uomo", perché da bambino va a carponi, cammina sulle due gambe in gioventù e si appoggia su un bastone in vecchiaia. La Sfinge avvilita si gettò dal monte sfracellandosi nella vallata sottostante così i Tebani esultanti e grati ad Edipo lo acclamarono re sposando Giocasta, ignaro che fosse la madre. Si abbatté su Tebe una pestilenza che rese la necessità di consultare l'oracolo di Delfi, la quale rispose che si doveva scacciare dalla città l'assassino di Laio; però Edipo non sapeva che Laio era l'uomo che aveva incontrato sul valico e lanciò una maledizione contro questo assassino condannandolo all'esilio. Il veggente più famoso della Grecia, Tiresia, chiese udienza a Edipo, che entrando in corte rivelò la volontà degli dei. La pestilenza sarebbe cessata soltanto se uno degli uomini Sparti fosse morto per il bene della città, il sacrificio fu fatto da Meneceo, padre di Giocasta. Tuttavia gli dei avevano in mente un altro degli uomini Sparti colui che uccise suo padre e sposo sua madre, e Tiresia rivelò a Giocasta che Edipo era suo figlio. Nessuno volle credere al veggente ma le sue parole ebbero presto conferma. Con l'improvviso morte di re Polibo, Peribea rivelò in quale circostanze aveva adottato Edipo. Giocasta per la vergogna e per il dolore si impiccò mentre Edipo si accecò con un spillo tolto dalle vesti della regina. Secondo alcuni Edipo continuò a regnare su Tebe per qualche anno finché cadde gloriosamente in battaglia. Secondo altri il fratello di Giocasta, Creonte, cacciò Edipo da Tebe maledicendo i suoi due figli e fratelli, Eteocle e Polinice. Edipo dopo aver vagato per molti anni di paese in paese, guidato dalla fedele figlia Antigone giunse a Colono, nell'Attica, dove le Erinni lo spinsero alla morte e Teseo seppellì il suo corpo ad Atene.

venerdì, febbraio 03, 2006

 

Amore e Psiche


Un re ed una regina avevano tre figlie. Le maggiori erano andate in spose a pretendenti di sangue reale, ma la più piccola, di nome Psiche, era talmente bella che nessun uomo osava corteggiarla, tutti l’adoravano come fosse una dea. Alcuni credevano che si trattasse dell’incarnazione di Venere sulla terra. Tutti adoravano e rendevano omaggio a Psiche trascurando però gli altari della vera dea, perfino i templi di Cnido, Pafo e Citera erano disertati per una mortale. Afrodite sentendosi trascurata ed offesa, a causa di una mortale, pensò di vendicarsi con l’aiuto di suo figlio Amore e delle frecce amorose. La vendetta d’Afrodite consisteva di far innamorare Psiche dell’uomo più sfortunato della terra, con il quale doveva condurre una vita di povertà e di dolore. Amore accettò subito la proposta della madre ma, appena vide Psiche rimase incantato della sua bellezza. Confuso dalla splendida visione, fece cadere sul suo stesso piede la freccia preparata per Psiche cadendo cosi, vittima del suo stesso inganno. Egli iniziò cosi ad amare la ragazza e non pensò neanche per un attimo di farle del male. Nel frattempo i genitori di Psiche si preoccupavano perché un gran numero di pretendenti veniva ad ammirare la figlia, ma nessuno aveva il coraggio di sposarla. Il padre, preoccupato decise di consultare un oracolo d’Apollo per sapere se la figlia avesse trovato un marito, l’oracolo però gli comunicò una brutta notizia. Egli avrebbe dovuto lasciare la figlia sulla sommità di una montagna, vestita con abito nuziale. Qui essa sarebbe stata corteggiata da un personaggio temuto dagli stessi dei. Malgrado questo, i genitori non volendo disubbidire alle predizioni dell’oracolo, portarono, al calar del sole, Psiche sulla montagna prescelta vestita di nozze, e la lasciarono lì sola al buio. Solo quando lei restò da sola venne uno Zefiro che la sollevò e la trasportò in volo su un letto di fiori profumati. Psiche si svegliò quando sorse il sole e guardandosi attorno vide un torrente che scorreva all’interno di un boschetto. Sulle rive di questo torrente s’innalzava un palazzo d’aspetto cosi nobile da sembrare quello di un dio. Psiche, quando trovò il coraggio di entrare, scoprì che le sale interne erano più splendide, tutte ricolme di tesori provenienti da ogni parte del mondo, ma la cosa più strana era che tutte quelle ricchezze sembravano abbandonate. Lei di tanto in tanto si domandava di chi fossero tutti quei beni preziosi, e delle voci gli rispondevano che era tutto suo e che loro erano dei servitori al suo servizio. Giunta la sera lei si coricò su un giaciglio e sentì un’ombra che riposava al suo fianco, si spaventò, ma subito dopo, un caldo abbraccio la avvolse e sentì una voce mormorarle che lui era il suo sposo, e che non doveva chiedere chi fosse ma soprattutto non cercare di guardarlo, ma di accontentarsi del suo amore. La soffice voce e le morbide carezze vinsero il cuore di Psiche e lei non fece più domande. Per tutta la notte si scambiarono parole d’amore, ma prima che l’alba arrivasse, il misterioso marito sparì, promettendole che sarebbe tornato appena la notte fosse nuovamente calata. Psiche attendeva con ansia la notte, e con questo l’arrivo del suo invisibile marito, ma i giorni erano lunghi e solitari, quindi decise, con l’assenso del marito, di fare venire le sue sorelle, anche se Amore l’avvertì che sarebbero state causa di dolore e d’infelicità. Il giorno seguente, un Zefiro portò le due sorelle da Psiche, lei fu felice di rivederle, e le due non furono di meno vedendo le ricchezze che possedeva. Ogni volta che le due facevano domande sul marito, Psiche sviava sempre la risposta o rispondeva che era un ricco re che per tutto il giorno andava a caccia. Le sorelle s’insospettirono delle strane risposte che dava Psiche, loro credevano che stesse nascondendo il marito perché era un mostro. Queste allusioni Psiche li smentì tutte, fino a quando non cedette e raccontò che lei non aveva mai visto il marito e che non conosceva nemmeno il suo nome. Allora le due maligne, accecate dalla gelosia, insinuarono nella mente della povera ragazza che suo marito doveva essere un mostro il quale nonostante le sue belle parole non avrebbe tardato a divorarla nel sonno. Quella notte come sempre Amore raggiunse Psiche e dopo averla abbracciata si addormentò. Quando fu sicura che egli dormisse, si alzò e prese una lampada per vederlo e un coltello nel caso in cui le avrebbe fatto del male. Avvicinandosi al marito la luce della lampada gli rivelò il più magnifico dei mostri, Amore era disteso, coi riccioli sparsi sulle guance rosate e le sue ali stavano dolcemente ripiegate sopra le spalle. Accanto a lui c’erano il suo arco e la sua faretra. La ragazza prese fra le mani una delle frecce dalla punta dorata, e subito fu infiammata di rinnovato amore per suo marito. Psiche moriva dalla voglia di baciarlo e sporgendosi, su di lui, fece cadere sulla sua spalla una goccia d’olio bollente dalla lampada. Svegliato di soprassalto, Amore balzò in piedi e capì quello che era successo e disse che lei aveva rovinato il loro amore e che ora erano costretti a separarsi per sempre. Lei si gettò ai suoi piedi ma Amore dispiegò le ali e scomparve nell’aria e con lui anche il castello. La povera Psiche si ritrovò da sola nel buio, chiamando invano l’amore che lei stessa aveva fatto svanire. Il primo pensiero di Psiche fu quello della morte, correndo verso la riva di un fiume lei si gettò dentro ma la corrente pietosa la riportò sull’altra riva, cosi iniziò a vagare per il mondo a cercare il suo amore. Amore, invece, tormentato dalla febbre per la spalla bruciata, o forse dallo stesso dolore di Psiche, trovò rifugio presso la dimora materna. Afrodite, quando venne a sapere che suo figlio aveva osato amare una mortale, che tra l’altro sua rivale, lo aggredì. Ma non potendo fare niente di male al figlio pensò di vendicarsi su Psiche, e con il permesso di Zeus mandò Ermes in giro per il mondo a divulgare la notizia che Psiche doveva essere punita come nemica degli dei, e che il premio per la sua cattura sarebbero stati sette baci che la stessa dea avrebbe donato. La notizia giunse fino alle orecchie di Psiche, che decise di sua volontà di andare sull’Olimpo a chiedere perdono. Appena arrivata sull’Olimpo, Afrodite, le strappò i vestiti e la fece flagellare, affermandole che questa era la punizione di una suocera addolorata per il figlio malato. Dopodiché le ordinò di ammucchiare un cumulo di grano, orzo, miglio e altri semi; di prendere un ciuffo di lana dal dorso di una pecora selvatica dal manto dorato; di riempire un’urna con le acque delle sorgenti dello Stige. In poche parole tutti compiti impossibili, che però Psiche riuscì a compiere con l’aiuto di formiche, che accumularono il grano, di una ninfa, che le spiegò come e quando avvicinare la pecora, e perfino dell’aquila di Zeus, che l’aiutò a prelevare le acque dello Stige. Queste erano solo alcune delle crudeltà che Afrodite infliggeva alla povera Psiche, ma quando Amore seppe di quello che stava succedendo in casa di sua madre, salì sull’Olimpo da Zeus per permettere il suo matrimonio con Psiche. Zeus, non potendo rifiutare la supplica di Amore, fece riunire tutti gli dei dove partecipò anche Psiche. A questa assemblea Zeus decise di elevare al grado di dea, Psiche. Cosi dicendo egli diede la coppa di nettare divino alla mortale che accettò con molta paura. Dopo svariate sofferenze, Psiche fu ben accolta sull’Olimpo, anche da sua suocera poiché aveva ridonato il sorriso al figlio, lo stesso giorno fu allestito un banchetto nuziale per festeggiare la nuova coppia. Amore e Psiche avevano trovato la felicità, ed il loro figlio fu una splendida femminuccia, alla quale fu dato il nome di Voluttà.

(Lucio Apuleio)

Quadro: Moreno Bondi: Amore e Psiche

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martedì, dicembre 06, 2005

 

Il volo di Icaro


Poi che Dedalo ebbe costruito il Labirinto, Minosse ve lo rinchiuse insieme col figlioletto Icaro, negando loro ogni scampo. Inutilmente Dedalo parlò al re e gli disse: «O re, che sei famoso nel mondo come il più giusto di tutti gli uomini, poni fine al mio esilio. Fai che la terra paterna accolga le mie ceneri. Io non potei vivere nella mia patria, perseguitato da un ingiusto destino: vi possa almeno morire. Se non vuoi rendere libero me, ormai vecchio e stanco, libera il mio figliolo.
Se non vuoi liberare il ragazzo, libera me.» Così parlò, e molto ancora avrebbe potuto dire. Ma Minosse non gli dava ascolto. Allora l'artefice, rivolto a se stesso: «Ora, o Dedalo» disse, «è il momento di dimostrare il tuo ingegno. Il reè signore della terra e del mare. Né la terra né il mare si apriranno mai alla tua fuga. Resta la strada del cielo, tenta la strada del cielo!»
Poi, rivolgendosi a Giove: «O sommo Giove, o padre celeste, perdona il mio ardire! Non tenterò questa strada per scalare le case degli dèi, ma perché essa è la sola che mi resti per scampare al tiranno. Se per questo dovessi traversare a nuoto il fiume infernale, lo Stige, mi geterei a nuoto nello Stige. Il momento richiede che io trasformi la mia stessa natura, che da uomo mi trasformi in uccello!» Come le avversità aguzzano l'ingegno!
Chi avrebbe mai creduto che un uomo potesse correre per le vie dell'aria? Cominciò Dedalo a disporre in ordine le penne, remi per gli ucccelli, e a riunire le diverse parti del leggero congegno con funicelle di lino; quindi ne fuse insieme le estremità con cera sciolta nel fuoco, finché l'opera
mai veduta non fu pronta. Il figlioletto Icaro, contento, eccitato, aiutava il padre a rammollire la cera e a unire insieme le penne, ancora ignaro che dovesse servire alle sue spalle. E il padre a lui: «Con questa nave noi torneremo in patria, con questa sfuggiremo a Minosse. Minosse ci ha precluso ogni scampo, ma non potrà impedirci di volare. Ora tu volerai con l'arte mia. Stai però attento, o figlio, di non puntare verso l'Orsa Maggiore, o verso il compagno di Boote, Orione, armato della sua spada. Segui nel volo soltanto me. Viemmi dietro. Dietro di me non correrai pericolo. Se infatti voleremo troppo in alto, la cera non reggerà al calore del sole; se muoveremo
le ali troppo in basso fino a sfiorare le onde del mare, le onde inzupperanno le nostre agili penne. Vola a mezza strada, o figlio. E attento all'urto dei venti. Abbandònati a essi, ovunque essi ti portino!»
E mentre diceva queste parole, gli adattava alle spalle le ali e gliene mostrava il movimento; gli insegnò come fa il passero coi suoi nati ancora inesperti. Quindi si allacciò anch'egli le ali e tentò timidamente i primi passi sulla nuova via. Ma prima di spiccare il volo, dicono che più volte baciasse il figlio e non riuscisse a trattenere le lacrime. C'era un piccolo colle che dominava intorno la campagna. Di lassù si slanciarono insieme, innalzandosi a poco a poco nel volo, destinato a tragica fine. Dedalo battè con forza le ali, già lo prendeva la gioia del volo. Ma non per questo perse d'occhio le ali del figlio. Icaro, intanto, superata la prima paura, volò anch'egli più forte e sicuro. Qualcuno che stava pescando sulla riva del mare, li vide e stupefatto lasciò cadere la canna. Già avevano superato alla loro sinistra l'isola di Samo e Nasso e Paro e Delo, cara ad Apollo. Sulla destra scorgevano Lebinto e Calimmo, ombrosa di selve, e Astipalèa, cinta d'acque pescose; ed ecco il ragazzo, reso temerario dall'incauta età, volare sempre più in alto, abbandonare a poco a poco la guida paterna.
E già i legami delle ali si allentavano, ecco la cera liquefarsi alla vampa del sole, ecco il moto delle braccia non sostenerlo più sull'aria leggera. Preso dallo spavento, il fanciullo misurò da quell'altezza il mare lontano; un buio gli calò sugli occhi atterriti; ormai tutta la cera era disciolta.
L'infelice ragazzo agitò più forte le braccia, nude di penne; tremando sentì che non lo reggevano più. Cadde e cadendo gridò da lontano: «Padre, padre, precìpito!» Ma mentre ancora parlava, l'onda verde del mare gli chiuse per sempre la bocca. Allora, il padre sventurato, ormai non più padre: «Icrao, Icaro!» gridava, «dove sei? dove stai volando? Icaro!» gridava ancora. Ma altro non vide che le penne galleggiare sull'onde del mare.
Ora la terra raccoglie le ossa di lui e il mare ne ricorda il nome.

(Ovidio, L'arte di amare, II, 21-96)

venerdì, ottobre 28, 2005

 

Caravaggio, Narciso


Quando la bruna Lirìope ebbe messo al mondo il piccolo Narciso, fu chiesto all'indovino Tiresia se quel fanciullo sarebbe giunto fino alla tarda vecchiaia. Rispose Tiresia: «Soltanto se non conoscerà se stesso ».

A quindici anni, Narciso era uno splendido ragazzo. Quante fanciulle lo avrebbero voluto per sé! Ma egli, benché tanto giovane, già era incredibilmente superbo, e nessuna gli si poteva accostare.

Un giorno, mentre andava a caccia di cervi e tendeva le reti, lo vide Eco, la ninfa che non sa tacere se qualcuno le parla, ma non ha mai appreso a parlare per prima: la ninfa che ripete le voci. Allora ella aveva ancora il suo corpo, oltre alla voce: quella voce che di tante parole ripete soltanto l'ultima, come aveva voluto Giunone, punendola perché troppo ciarliera.

Ella vide Narciso che vagava per i campi e s'accese di lui e cominciò nascostamente a seguirlo; e come più gli era appresso, più si accendeva di fiamma più viva, come fa lo zolfo spalmato in cima alle fiaccole, che, avvicinato alla fiamma, prende subito fuoco.

Disse Narciso: «Chi è qui presente»
Ed Eco rispose: «Presente»

Stupefatto, guardandosi intorno, esclamò il ragazzo: «Vieni!»
Ed ella a sua volta: «Vieni!»

Egli si aggirò inquieto e non vedendo nessuno venire: «Perché mi sfuggi?» gridò.
E la ninfa: «Perché mi sfuggi?» ripeté.

«Fa' ch'io ti possa toccare! ...»
«Ch'io ti possa toccare ...»

A nessun altro invito ella avrebbe risposto più lieta. Uscì dal folto del bosco, corse per abbracciare Narciso; ma com'egli la vide, la fuggì, si strappò dall'abbraccio di lei.

Gridò: «Ch'io muoia prima che tu possa avermi!»
«Che tu possa avermi...» riecheggiò disperata la ninfa. E non resse al disprezzo di lui.

Là, nel folto del bosco, celò il rossore del viso dietro rami frondosi, si rifugiò negli antri profondi. E intanto il suo amore cresceva, ed ella deperiva, la pelle le si faceva sempre più sottile, il suo corpo si faceva sempre più simile all'aria; soltanto la voce rimase appesa alle ossa; e poi le ossa divennero sasso e restò soltanto la voce.

Da allora sta Eco nascosta nei boschi né mai è veduta sui monti. È però udita da tutti, perché è il suono di lei che vive.
Disse allora qualcuna, sdegnata di Narciso: «Che anch'egli s'innamori, ma non possa toccare chi ama! »

Un giorno, accanto alla fonte Rannusia - una fonte d'acque limpide e chiare - il ragazzo riposava, vinto dalla bellezza del luogo. Ed ecco che, mentre voleva saziare la sete, altra sete gli nacque nel cuore: sorpreso, nel bere, dall'immagine del suo volto riflesso nell'acqua, s'innamorò di quell'ombra di sé, che scambiò dapprima per quella d'un altro. Si fermò, sospeso, stupefatto, ed immobile pendeva dal volto ch'era suo, così immobile che pareva rifatto di marmo.

Contemplò i suoi occhi, che gli sembravano simili a stelle, e i capelli degni di Bacco e d'Apollo, e le guance ancor lisce, il collo d'avorio, la bocca, il rossore del candido viso: tutto egli ammirava, che lo rendeva ammirevole a tutti.

Desiderò inconsciamente se stesso e mentre lodava era lodato e mentre chiedeva era richiesto, e mentre bruciava, accendeva.
Oh, quanti baci dette inutilmente alla fonte bugiarda! Quante volte si sporse sull'acqua per abbracciare l'immagine ingannevole, quante volte disse a se stesso: «Perché vuoi afferrare un'ombra che fugge? Ciò che tu vuoi non c'è. Voltati e l'immagine cara subito dileguerà ».

Ma nulla lo allontanò dalla fonte, non la fame, non la stanchezza. Disteso all'ombra sull'erba, fisso lo sguardo sulla menzognera figura, a poco a poco periva per i suoi stessi occhi...

«Io sono te» diceva a se stesso «Io vedo. L'immagine non m'inganna. Così io brucio d'amore per me, son io stesso che accendo la fiamma che m'arde... Sono appena un ragazzo e già muoio. Oh, vivesse più a lungo di me colui che amo tanto! Ma sarà insieme che esaleremo l'estremo sospiro».

Ed ecco il bel volto a poco a poco perdere la sua bellezza; neppure il corpo gli restò, che tanto Eco aveva amato.
«Inutilmente» fu l'ultima sua parola. «Inutilmente» ripetè pronta Eco.
E come lui disse «Addio», «Addio» aggiunse Eco pietosa.

Stanco, finalmente, egli reclinò la testa sull'erba, e venne la morte a chiudere quegli occhi che troppo avevano amato se stessi.
Persino nel mondo di là, si fissavano ancora nell'acqua del fiume infernale. Lo piansero le sorelle, gettando tra le fiamme del rogo le loro chiome recise; ed Eco rispose alle loro grida dolenti. Ma quando fu pronto il fuoco e già si agitavano le fiaccole, il suo corpo non si trovò. Al suo posto, apparve un novello fiore, del colore del croco, adorno nel mezzo di candide foglie; e fu quello il fiore che noi chiamiamo ancora narciso.

(Ovidio, Metamorfosi, III, 344)

mercoledì, ottobre 26, 2005

 

I miti

Ogni quindici giorni verrà riproposto integralmente un mito, e dopo un periodo in cui verranno raccolte le impressioni i sogni i racconti le emozioni da esso evocate; la settimana successiva ne verrà offerta un’interpretazione psicoanalitica, da criticare difendere o semplicemente su cui riflettere.

Possiamo definire il mito come un racconto oppure una comunicazione veicolata in simboli, epiteti ed attributi circa le proprietà della natura o esseri viventi dotati di energie e facoltà sovraumane, circa l’influenza delle divinità sugli uomini e il destino degli dei stessi. Esso viene ritenuto vero dai suoi creatori e uditori ed esprime una visione del mondo intesa come concezione storica di una comunità, ma che appare se rapportata a una visione cosmica e razionale e causale–esplicativa, inverosimile e insensata.

Credo fortemente che il mito più di ogni altra cosa sia in grado di mettere a riposo la nostra parte razionale e far correre le emozioni ed i sogni leggeri come nuvole, riprendendo periodicamente in mano alcune miti e favole l’intento è quello di ricreare un “contenitore a specchio” capace di raccogliere le sensazioni di chiunque abbia voglia di esprimerle ed allo stesso tempo di fare rispecchiare e ritrovare nei racconti e nelle emozioni degli altri le proprie a volte assopite a volte dimenticate…

I quadri che verranno proposti di volta in volta sono “la scusa” con la quale ognuno di noi è invitato ad entrare, se vogliamo, la vera e propria porta d’ingresso per le proprie interpretazioni sogni e fantasie sul mito proposto.

Specchi, fantasie, sogni; più di ogni altro la favola di Narciso ed Eco da sempre sanno propiziarli… confrontiamoci e confondiamoci con loro.

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