venerdì, ottobre 28, 2005
Caravaggio, Narciso

Quando la bruna Lirìope ebbe messo al mondo il piccolo Narciso, fu chiesto all'indovino Tiresia se quel fanciullo sarebbe giunto fino alla tarda vecchiaia. Rispose Tiresia: «Soltanto se non conoscerà se stesso ».
A quindici anni, Narciso era uno splendido ragazzo. Quante fanciulle lo avrebbero voluto per sé! Ma egli, benché tanto giovane, già era incredibilmente superbo, e nessuna gli si poteva accostare.
Un giorno, mentre andava a caccia di cervi e tendeva le reti, lo vide Eco, la ninfa che non sa tacere se qualcuno le parla, ma non ha mai appreso a parlare per prima: la ninfa che ripete le voci. Allora ella aveva ancora il suo corpo, oltre alla voce: quella voce che di tante parole ripete soltanto l'ultima, come aveva voluto Giunone, punendola perché troppo ciarliera.
Ella vide Narciso che vagava per i campi e s'accese di lui e cominciò nascostamente a seguirlo; e come più gli era appresso, più si accendeva di fiamma più viva, come fa lo zolfo spalmato in cima alle fiaccole, che, avvicinato alla fiamma, prende subito fuoco.
Disse Narciso: «Chi è qui presente»
Ed Eco rispose: «Presente»
Stupefatto, guardandosi intorno, esclamò il ragazzo: «Vieni!»
Ed ella a sua volta: «Vieni!»
Egli si aggirò inquieto e non vedendo nessuno venire: «Perché mi sfuggi?» gridò.
E la ninfa: «Perché mi sfuggi?» ripeté.
«Fa' ch'io ti possa toccare! ...»
«Ch'io ti possa toccare ...»
A nessun altro invito ella avrebbe risposto più lieta. Uscì dal folto del bosco, corse per abbracciare Narciso; ma com'egli la vide, la fuggì, si strappò dall'abbraccio di lei.
Gridò: «Ch'io muoia prima che tu possa avermi!»
«Che tu possa avermi...» riecheggiò disperata la ninfa. E non resse al disprezzo di lui.
Là, nel folto del bosco, celò il rossore del viso dietro rami frondosi, si rifugiò negli antri profondi. E intanto il suo amore cresceva, ed ella deperiva, la pelle le si faceva sempre più sottile, il suo corpo si faceva sempre più simile all'aria; soltanto la voce rimase appesa alle ossa; e poi le ossa divennero sasso e restò soltanto la voce.
Da allora sta Eco nascosta nei boschi né mai è veduta sui monti. È però udita da tutti, perché è il suono di lei che vive.
Disse allora qualcuna, sdegnata di Narciso: «Che anch'egli s'innamori, ma non possa toccare chi ama! »
Un giorno, accanto alla fonte Rannusia - una fonte d'acque limpide e chiare - il ragazzo riposava, vinto dalla bellezza del luogo. Ed ecco che, mentre voleva saziare la sete, altra sete gli nacque nel cuore: sorpreso, nel bere, dall'immagine del suo volto riflesso nell'acqua, s'innamorò di quell'ombra di sé, che scambiò dapprima per quella d'un altro. Si fermò, sospeso, stupefatto, ed immobile pendeva dal volto ch'era suo, così immobile che pareva rifatto di marmo.
Contemplò i suoi occhi, che gli sembravano simili a stelle, e i capelli degni di Bacco e d'Apollo, e le guance ancor lisce, il collo d'avorio, la bocca, il rossore del candido viso: tutto egli ammirava, che lo rendeva ammirevole a tutti.
Desiderò inconsciamente se stesso e mentre lodava era lodato e mentre chiedeva era richiesto, e mentre bruciava, accendeva.
Oh, quanti baci dette inutilmente alla fonte bugiarda! Quante volte si sporse sull'acqua per abbracciare l'immagine ingannevole, quante volte disse a se stesso: «Perché vuoi afferrare un'ombra che fugge? Ciò che tu vuoi non c'è. Voltati e l'immagine cara subito dileguerà ».
Ma nulla lo allontanò dalla fonte, non la fame, non la stanchezza. Disteso all'ombra sull'erba, fisso lo sguardo sulla menzognera figura, a poco a poco periva per i suoi stessi occhi...
«Io sono te» diceva a se stesso «Io vedo. L'immagine non m'inganna. Così io brucio d'amore per me, son io stesso che accendo la fiamma che m'arde... Sono appena un ragazzo e già muoio. Oh, vivesse più a lungo di me colui che amo tanto! Ma sarà insieme che esaleremo l'estremo sospiro».
Ed ecco il bel volto a poco a poco perdere la sua bellezza; neppure il corpo gli restò, che tanto Eco aveva amato.
«Inutilmente» fu l'ultima sua parola. «Inutilmente» ripetè pronta Eco.
E come lui disse «Addio», «Addio» aggiunse Eco pietosa.
Stanco, finalmente, egli reclinò la testa sull'erba, e venne la morte a chiudere quegli occhi che troppo avevano amato se stessi.
Persino nel mondo di là, si fissavano ancora nell'acqua del fiume infernale. Lo piansero le sorelle, gettando tra le fiamme del rogo le loro chiome recise; ed Eco rispose alle loro grida dolenti. Ma quando fu pronto il fuoco e già si agitavano le fiaccole, il suo corpo non si trovò. Al suo posto, apparve un novello fiore, del colore del croco, adorno nel mezzo di candide foglie; e fu quello il fiore che noi chiamiamo ancora narciso.
(Ovidio, Metamorfosi, III, 344)
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non lasciare che prenda la tua immagine, il tuo essere.
fa dentro di te una continua indagine , segui il tuo bene il tuo male ,il tuo sonno la tua veglia ; trova te stesso e cerca di regalarlo agli altri . e quando l'amore ti darà la mano allora si che avrai trovato te stesso.
fa dentro di te una continua indagine , segui il tuo bene il tuo male ,il tuo sonno la tua veglia ; trova te stesso e cerca di regalarlo agli altri . e quando l'amore ti darà la mano allora si che avrai trovato te stesso.
Dicono gli storici dell’arte che “il Narciso” sia stato per il Caravaggio l’ultimo suo quadro da cavalletto dipinto a Palazzo Madama, in cui “..abbiamo una sorta di riflessione dei propri limiti”, parrebbe questo essere il senso del rammarico che sa esprimere Narciso nel momento in cui scopre la sua immagine e se ne innamora. La rappresentazione di Caravaggio infatti, presenta un volto preoccupato: “..la scoperta dell’altro da sé specchio dell’ambiguità esistenziale sempre viva nel pittore lombardo”; Quella preoccupazione rende vivo il dipinto e mi ha sempre affascinato, forse, perché quella ambiguità è sempre viva e pulsa geme e si dimena in ognuno di noi.
La lettura più comune del mito ne ha colto l’aspetto meramente psichico, di investimento pulsionale, per cui Narciso è diventato simbolo di un atteggiamento dell’Io che sa amare esclusivamente se stesso, il proprio corpo, in ciò escludendosi totalmente dal resto del mondo.
Cosa questa che sembra trovare conferma nei commenti lasciati sullo spazio apposito del blog a disposizione, dove alcuni commenti sono carichi di rabbia ma, per lo più sono pregni della disillusione verso “l’oggetto amato” o forse per “l’abbaglio vissuto”. Penso invece che quello che “I Narcisi” lascino siano le promesse non mantenute, le nostalgie dei sogni infranti. Sogni. Ma di chi? Lo stesso Sigmund Freud afferma nel suo saggio Introduzione al Narcisismo: “certo che una bella dose di egoismo è una sorte di protezione contro la malattia ma, in ultima analisi, per non rischiare di ammalarci noi dobbiamo cominciare ad amare, e siamo proprio destinati ad ammalarci se a causa di qualche frustrazione non ci è possibile amare”.
Nella favola tramandataci da Ovidio, Narciso mostra di rifuggire i rapporti ripudiando tutti gli amanti, e la morte che trasforma il suo essere corporeo in fiore, passaggio dall’Io al Sè, indica un altro possibile livello di lettura, in cui Narciso è allora un ponte di passaggio dallo psichico allo spirituale, passaggio che viene pagato con la morte.
Il rispecchiar-Sè nell’acqua è il richiamo dell’inconscio, in cui si cela quella totalità interiore che chiede di essere incontrata, "rispecchiata" appunto, affinchè diventi possibile un incontro con l’altro che comprenda la parte conosciuta di se stesso. Ma chi è Eco? Eco è la ninfa che, per aver distratto Era con lunghi discorsi dal controllo di Zeus, è stata punita dalla dea proprio nella facoltà di parlare: “ella non può mai parlare per prima nè impedirsi di ripetere le parole altrui”.
Eco è forse l’Anima? Forse l’essenza femminile stessa con cui Narciso si imbatte nel proprio cammino di individuazione.
E’ una psiche totalmente priva di libertà di pensiero e di originalità: Eco è il simbolo dell’individuo ancor privo di soggettività” o, forse, che non sa più ritrovarla dopo averla perduta.
Narciso sfugge all’abbraccio con un’Anima siffatta, rinuncia all’appagamento immediato aprendo ad entrambi - Maschile e Femminile del rapporto - il varco alla via della maturazione e dell’individuazione.
La coppia Eco-Narciso, se si fosse unita a questo punto della vicenda, sarebbe stata una delle tante rivisitazioni del legame basato sulla dipendenza, in cui il messaggio unico sarebbe quello nel consumarsi nel donarsi; io ho sempre amato pensare ad Eco come alla vera eroina nella favola di Ovidio. Ed ho sempre usato questa storia per far vedere fino a che punto si è disposti a negarsi in virtù di un amore che risulta essere alla fine un mal celato rapporto di dipendenza. Nella pratica clinica, infatti, incontro tante persone in piena fase egoica e narcisistica ma, almeno il doppio di persone che in virtù di rapporti di dipendenza hanno dapprima negato di crescere e poi, quando ci hanno provato, si sono rese conto del dolore provato fino ad annientarsi. Penso che prima o poi capiti più o meno a tutti di passare le due fasi e mi piace pensare ad Eco e Narciso come due aperture, due canali emozionali diversi ed a volte opposti.
Scomparsa Eco, è a questo punto che Narciso resta solo e, rispecchiando-Sé, "incontra" se stesso, e qui l’incontro è inteso come conoscere, evento che lo porta alla morte.
Perché questo incontro è così devastante? Ciò che Narciso vede come fosse se stesso, ciò di cui si innamora, è l’identità, così come può essere colta solo se si accede alla dimensione universale dell’essere. Ma per accedere a tale dimensione, tutt’uno con il Sè, l’Io con i suoi bisogni deve perire. Perché questo incontro può avvenire solo su un piano prettamente spirituale.
Il mito di Narciso quindi è un condensato di significati ai quali hanno posto mano S. Freud, i suoi epigoni immediati e la cui elaborazione è stata continua sino ai nostri giorni.
Basti ricordare qui al proposito specialmente il pensiero di S. Freud, di J. Lacan, di I. Matte Blanco e L. Ancona. S.Freud si è rifatto al mito di Narciso come viene raccontato nella stesura che ne ha dato Graves (1963).
Perché Freud ha usato proprio questo racconto? Freud vi ha riconosciuto la possibilità di addizionare al concetto di "pulsione", sino ad allora (1914) elaborato, quello di "struttura" psichica, strumento dell'apertura del soggetto al mondo delle relazioni verso di sè e verso gli altri, rispondendo con ciò (molto divertente rileggerlo) anche alle accuse/provocazioni ricevute da Jung sulla limitazione del suo impianto teorico.
“E' noto che Freud distinse un "narcisismo primario" e un "narcisismo secondario", secondo le
seguenti specificazioni:
- il narcisismo primario consiste nella assoluta mancanza dell' "altro"; ogni presa di contatto con
altri da sè porterebbe infatti alla auto-distruzione. In questo tipo di narcisismo il contenuto
pulsionale viene conservato, ha il suo prototipo nella vita intra-uterina, nel sonno privo di sogni, e nella reazione di una persona tormentata da un forte dolore organico; nella grave psico-patologia questo narcisismo è rappresentato dall' "autismo primario".
- il narcisismo secondario è invece una relazione; consiste infatti nella proiezione di una parte della libido su oggetti, su altri, e sulla re-introduzione degli stessi volta a recuperare a favore dell'Io la libido che gli è inerente. Il processo si presenta così come un furto, a proprio vantaggio, di quote di libido che spetterebbero invece agli oggetti interessati, agli altri”.
Inoltre, il mancato superamento della incoerenza originaria porta alla minaccia di caos, al ritiro del soggetto in sè, a guardare all'altro per difendersene, a trovare negli altri solo un se stesso privo di vita: un rapporto negativo privo di spazio, dove il soggetto si trova in una condizione “di più o meno grande indifferenzazione rispetto all'oggetto e con questi stabilisce rapporti solo fusionali, unidimensionali e mortiferi”. L'altro, toccato, distrugge. E' questa la situazione di Narciso, che vede nell'acqua soltanto se stesso perchè è incapace di rapportarsi ad un altro; e si tratta di una immagine solo visiva e di per sè cattiva, perchè riflesso di una persona ostile a tutti, come era Narciso. Tuttavia di essa Narciso ha un irrinunciabile bisogno, perchè è l'unica che gli consente un rapporto; bisogno fino a morirne, perchè in essa crede di trovare la vita e incontra invece la morte!
Con riferimento alla versione di Ovidio e alla teoria di Matte Blanco si può ulteriormente
sondare il contenuto del mito: Narciso è assetato, stanco e protende perciò la sua mano per bere.
Con questo gesto si interrompe la pre-esistente simmetria infinita di amore, quella della
contemplazione, in quanto la mano supera la impossibilità di trasformare la simmetria in asimmetria traducendo il tempo infinito in tempo finito, e con ciò dà inizio alla conoscenza: al di là della fusione in me stesso c'è un qualcosa, un oggetto separato da me.
E' la morte del narcisismo, il momento in cui Narciso conosce se stesso e proprio per questo,
come aveva detto Tiresia, muore. Ma paradossalmente potrebbe incominciare a vivere, perchè la
vera morte sarebbe stata nella continuata contemplazione di sè, la non-conoscenza che avrebbe
conservato ma solo apparentemente la sua vita.
Della morte di Narciso esistono differenti versioni: in Ovidio si lascia morire per struggimento d’amore, in un’altra versione cade e annega per essersi troppo sporto ad osservare se stesso, in un’altra ancora si suicida per senso di colpa, in una infine si getta in acqua scambiando la propria immagine per il volto dell’amata sorella morta.
Chiunque si trovi ad intraprendere un cammino di conoscenza è un novello Narciso, attraversa una fase di ripiegamento interiore che il mondo spesso interpreta (non a caso coincide con l’accezione più diffusa del mito) come egoico amore per sè infantile e infruttuoso, si trova a vivere un’esperienza di auto-anestetizzazione verso gli stimoli del mondo esteriore (Narciso viene da Narkè, da cui narcosi).
Una cosa è certa: per quanto si potrà dire, pensare, interpretare su questa favola, continuerà ad incantare nei secoli perché è la favola in ognuno di noi.
La lettura più comune del mito ne ha colto l’aspetto meramente psichico, di investimento pulsionale, per cui Narciso è diventato simbolo di un atteggiamento dell’Io che sa amare esclusivamente se stesso, il proprio corpo, in ciò escludendosi totalmente dal resto del mondo.
Cosa questa che sembra trovare conferma nei commenti lasciati sullo spazio apposito del blog a disposizione, dove alcuni commenti sono carichi di rabbia ma, per lo più sono pregni della disillusione verso “l’oggetto amato” o forse per “l’abbaglio vissuto”. Penso invece che quello che “I Narcisi” lascino siano le promesse non mantenute, le nostalgie dei sogni infranti. Sogni. Ma di chi? Lo stesso Sigmund Freud afferma nel suo saggio Introduzione al Narcisismo: “certo che una bella dose di egoismo è una sorte di protezione contro la malattia ma, in ultima analisi, per non rischiare di ammalarci noi dobbiamo cominciare ad amare, e siamo proprio destinati ad ammalarci se a causa di qualche frustrazione non ci è possibile amare”.
Nella favola tramandataci da Ovidio, Narciso mostra di rifuggire i rapporti ripudiando tutti gli amanti, e la morte che trasforma il suo essere corporeo in fiore, passaggio dall’Io al Sè, indica un altro possibile livello di lettura, in cui Narciso è allora un ponte di passaggio dallo psichico allo spirituale, passaggio che viene pagato con la morte.
Il rispecchiar-Sè nell’acqua è il richiamo dell’inconscio, in cui si cela quella totalità interiore che chiede di essere incontrata, "rispecchiata" appunto, affinchè diventi possibile un incontro con l’altro che comprenda la parte conosciuta di se stesso. Ma chi è Eco? Eco è la ninfa che, per aver distratto Era con lunghi discorsi dal controllo di Zeus, è stata punita dalla dea proprio nella facoltà di parlare: “ella non può mai parlare per prima nè impedirsi di ripetere le parole altrui”.
Eco è forse l’Anima? Forse l’essenza femminile stessa con cui Narciso si imbatte nel proprio cammino di individuazione.
E’ una psiche totalmente priva di libertà di pensiero e di originalità: Eco è il simbolo dell’individuo ancor privo di soggettività” o, forse, che non sa più ritrovarla dopo averla perduta.
Narciso sfugge all’abbraccio con un’Anima siffatta, rinuncia all’appagamento immediato aprendo ad entrambi - Maschile e Femminile del rapporto - il varco alla via della maturazione e dell’individuazione.
La coppia Eco-Narciso, se si fosse unita a questo punto della vicenda, sarebbe stata una delle tante rivisitazioni del legame basato sulla dipendenza, in cui il messaggio unico sarebbe quello nel consumarsi nel donarsi; io ho sempre amato pensare ad Eco come alla vera eroina nella favola di Ovidio. Ed ho sempre usato questa storia per far vedere fino a che punto si è disposti a negarsi in virtù di un amore che risulta essere alla fine un mal celato rapporto di dipendenza. Nella pratica clinica, infatti, incontro tante persone in piena fase egoica e narcisistica ma, almeno il doppio di persone che in virtù di rapporti di dipendenza hanno dapprima negato di crescere e poi, quando ci hanno provato, si sono rese conto del dolore provato fino ad annientarsi. Penso che prima o poi capiti più o meno a tutti di passare le due fasi e mi piace pensare ad Eco e Narciso come due aperture, due canali emozionali diversi ed a volte opposti.
Scomparsa Eco, è a questo punto che Narciso resta solo e, rispecchiando-Sé, "incontra" se stesso, e qui l’incontro è inteso come conoscere, evento che lo porta alla morte.
Perché questo incontro è così devastante? Ciò che Narciso vede come fosse se stesso, ciò di cui si innamora, è l’identità, così come può essere colta solo se si accede alla dimensione universale dell’essere. Ma per accedere a tale dimensione, tutt’uno con il Sè, l’Io con i suoi bisogni deve perire. Perché questo incontro può avvenire solo su un piano prettamente spirituale.
Il mito di Narciso quindi è un condensato di significati ai quali hanno posto mano S. Freud, i suoi epigoni immediati e la cui elaborazione è stata continua sino ai nostri giorni.
Basti ricordare qui al proposito specialmente il pensiero di S. Freud, di J. Lacan, di I. Matte Blanco e L. Ancona. S.Freud si è rifatto al mito di Narciso come viene raccontato nella stesura che ne ha dato Graves (1963).
Perché Freud ha usato proprio questo racconto? Freud vi ha riconosciuto la possibilità di addizionare al concetto di "pulsione", sino ad allora (1914) elaborato, quello di "struttura" psichica, strumento dell'apertura del soggetto al mondo delle relazioni verso di sè e verso gli altri, rispondendo con ciò (molto divertente rileggerlo) anche alle accuse/provocazioni ricevute da Jung sulla limitazione del suo impianto teorico.
“E' noto che Freud distinse un "narcisismo primario" e un "narcisismo secondario", secondo le
seguenti specificazioni:
- il narcisismo primario consiste nella assoluta mancanza dell' "altro"; ogni presa di contatto con
altri da sè porterebbe infatti alla auto-distruzione. In questo tipo di narcisismo il contenuto
pulsionale viene conservato, ha il suo prototipo nella vita intra-uterina, nel sonno privo di sogni, e nella reazione di una persona tormentata da un forte dolore organico; nella grave psico-patologia questo narcisismo è rappresentato dall' "autismo primario".
- il narcisismo secondario è invece una relazione; consiste infatti nella proiezione di una parte della libido su oggetti, su altri, e sulla re-introduzione degli stessi volta a recuperare a favore dell'Io la libido che gli è inerente. Il processo si presenta così come un furto, a proprio vantaggio, di quote di libido che spetterebbero invece agli oggetti interessati, agli altri”.
Inoltre, il mancato superamento della incoerenza originaria porta alla minaccia di caos, al ritiro del soggetto in sè, a guardare all'altro per difendersene, a trovare negli altri solo un se stesso privo di vita: un rapporto negativo privo di spazio, dove il soggetto si trova in una condizione “di più o meno grande indifferenzazione rispetto all'oggetto e con questi stabilisce rapporti solo fusionali, unidimensionali e mortiferi”. L'altro, toccato, distrugge. E' questa la situazione di Narciso, che vede nell'acqua soltanto se stesso perchè è incapace di rapportarsi ad un altro; e si tratta di una immagine solo visiva e di per sè cattiva, perchè riflesso di una persona ostile a tutti, come era Narciso. Tuttavia di essa Narciso ha un irrinunciabile bisogno, perchè è l'unica che gli consente un rapporto; bisogno fino a morirne, perchè in essa crede di trovare la vita e incontra invece la morte!
Con riferimento alla versione di Ovidio e alla teoria di Matte Blanco si può ulteriormente
sondare il contenuto del mito: Narciso è assetato, stanco e protende perciò la sua mano per bere.
Con questo gesto si interrompe la pre-esistente simmetria infinita di amore, quella della
contemplazione, in quanto la mano supera la impossibilità di trasformare la simmetria in asimmetria traducendo il tempo infinito in tempo finito, e con ciò dà inizio alla conoscenza: al di là della fusione in me stesso c'è un qualcosa, un oggetto separato da me.
E' la morte del narcisismo, il momento in cui Narciso conosce se stesso e proprio per questo,
come aveva detto Tiresia, muore. Ma paradossalmente potrebbe incominciare a vivere, perchè la
vera morte sarebbe stata nella continuata contemplazione di sè, la non-conoscenza che avrebbe
conservato ma solo apparentemente la sua vita.
Della morte di Narciso esistono differenti versioni: in Ovidio si lascia morire per struggimento d’amore, in un’altra versione cade e annega per essersi troppo sporto ad osservare se stesso, in un’altra ancora si suicida per senso di colpa, in una infine si getta in acqua scambiando la propria immagine per il volto dell’amata sorella morta.
Chiunque si trovi ad intraprendere un cammino di conoscenza è un novello Narciso, attraversa una fase di ripiegamento interiore che il mondo spesso interpreta (non a caso coincide con l’accezione più diffusa del mito) come egoico amore per sè infantile e infruttuoso, si trova a vivere un’esperienza di auto-anestetizzazione verso gli stimoli del mondo esteriore (Narciso viene da Narkè, da cui narcosi).
Una cosa è certa: per quanto si potrà dire, pensare, interpretare su questa favola, continuerà ad incantare nei secoli perché è la favola in ognuno di noi.
Dopo aver letto la spiegazione analitica del dottor Luca Napoli, non posso altro che ritrovarmi,in un momento della mia vita, narcisistico ed egoistico. Molto spesso mi capita di arrivare molto vicino alla borderline della mia apertura verso l'esterno e fino ad ora mi sono accorto che la paura mi da una spinta indietro uguale e contraria alla mia voglia di farmi vedere. Sono comunque convinto che arriverà anche il mio momento. Nel frattempo anche per provare a dare un aiuto a chi come me è in questa situazione voglio qui ricordare come è bello vivere essere materia e spirito, guardare le stelle e sorridere ,loro sono sempre accese per lo più la notte. by Sinclair
credo che il narcisismo sia il desiderio disordinato della propria eccellenza sul profilo psicologico orizzontale
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