martedì, dicembre 06, 2005
Il volo di Icaro

Poi che Dedalo ebbe costruito il Labirinto, Minosse ve lo rinchiuse insieme col figlioletto Icaro, negando loro ogni scampo. Inutilmente Dedalo parlò al re e gli disse: «O re, che sei famoso nel mondo come il più giusto di tutti gli uomini, poni fine al mio esilio. Fai che la terra paterna accolga le mie ceneri. Io non potei vivere nella mia patria, perseguitato da un ingiusto destino: vi possa almeno morire. Se non vuoi rendere libero me, ormai vecchio e stanco, libera il mio figliolo.
Se non vuoi liberare il ragazzo, libera me.» Così parlò, e molto ancora avrebbe potuto dire. Ma Minosse non gli dava ascolto. Allora l'artefice, rivolto a se stesso: «Ora, o Dedalo» disse, «è il momento di dimostrare il tuo ingegno. Il reè signore della terra e del mare. Né la terra né il mare si apriranno mai alla tua fuga. Resta la strada del cielo, tenta la strada del cielo!»
Poi, rivolgendosi a Giove: «O sommo Giove, o padre celeste, perdona il mio ardire! Non tenterò questa strada per scalare le case degli dèi, ma perché essa è la sola che mi resti per scampare al tiranno. Se per questo dovessi traversare a nuoto il fiume infernale, lo Stige, mi geterei a nuoto nello Stige. Il momento richiede che io trasformi la mia stessa natura, che da uomo mi trasformi in uccello!» Come le avversità aguzzano l'ingegno!
Chi avrebbe mai creduto che un uomo potesse correre per le vie dell'aria? Cominciò Dedalo a disporre in ordine le penne, remi per gli ucccelli, e a riunire le diverse parti del leggero congegno con funicelle di lino; quindi ne fuse insieme le estremità con cera sciolta nel fuoco, finché l'opera
mai veduta non fu pronta. Il figlioletto Icaro, contento, eccitato, aiutava il padre a rammollire la cera e a unire insieme le penne, ancora ignaro che dovesse servire alle sue spalle. E il padre a lui: «Con questa nave noi torneremo in patria, con questa sfuggiremo a Minosse. Minosse ci ha precluso ogni scampo, ma non potrà impedirci di volare. Ora tu volerai con l'arte mia. Stai però attento, o figlio, di non puntare verso l'Orsa Maggiore, o verso il compagno di Boote, Orione, armato della sua spada. Segui nel volo soltanto me. Viemmi dietro. Dietro di me non correrai pericolo. Se infatti voleremo troppo in alto, la cera non reggerà al calore del sole; se muoveremo
le ali troppo in basso fino a sfiorare le onde del mare, le onde inzupperanno le nostre agili penne. Vola a mezza strada, o figlio. E attento all'urto dei venti. Abbandònati a essi, ovunque essi ti portino!»
E mentre diceva queste parole, gli adattava alle spalle le ali e gliene mostrava il movimento; gli insegnò come fa il passero coi suoi nati ancora inesperti. Quindi si allacciò anch'egli le ali e tentò timidamente i primi passi sulla nuova via. Ma prima di spiccare il volo, dicono che più volte baciasse il figlio e non riuscisse a trattenere le lacrime. C'era un piccolo colle che dominava intorno la campagna. Di lassù si slanciarono insieme, innalzandosi a poco a poco nel volo, destinato a tragica fine. Dedalo battè con forza le ali, già lo prendeva la gioia del volo. Ma non per questo perse d'occhio le ali del figlio. Icaro, intanto, superata la prima paura, volò anch'egli più forte e sicuro. Qualcuno che stava pescando sulla riva del mare, li vide e stupefatto lasciò cadere la canna. Già avevano superato alla loro sinistra l'isola di Samo e Nasso e Paro e Delo, cara ad Apollo. Sulla destra scorgevano Lebinto e Calimmo, ombrosa di selve, e Astipalèa, cinta d'acque pescose; ed ecco il ragazzo, reso temerario dall'incauta età, volare sempre più in alto, abbandonare a poco a poco la guida paterna.
E già i legami delle ali si allentavano, ecco la cera liquefarsi alla vampa del sole, ecco il moto delle braccia non sostenerlo più sull'aria leggera. Preso dallo spavento, il fanciullo misurò da quell'altezza il mare lontano; un buio gli calò sugli occhi atterriti; ormai tutta la cera era disciolta.
L'infelice ragazzo agitò più forte le braccia, nude di penne; tremando sentì che non lo reggevano più. Cadde e cadendo gridò da lontano: «Padre, padre, precìpito!» Ma mentre ancora parlava, l'onda verde del mare gli chiuse per sempre la bocca. Allora, il padre sventurato, ormai non più padre: «Icrao, Icaro!» gridava, «dove sei? dove stai volando? Icaro!» gridava ancora. Ma altro non vide che le penne galleggiare sull'onde del mare.
Ora la terra raccoglie le ossa di lui e il mare ne ricorda il nome.
(Ovidio, L'arte di amare, II, 21-96)
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Se qualcuno sorride, tu non tradirlo mai…
La speranza è una musica antica,
Un motivo in più,
Canterai e piangerai insieme a me,
Dimmi lo vuoi tu ?
Sveleremo al nemico quel poco di lealtà,
Insegneremo il perdono a chi dimenticare non sa,
La paura che senti è la stessa che provo io,
Canterai e piangerai insieme a me,
Fratello mio!!!
Più su …
Ed io mi calerò nel ruolo che è ormai mio,
Finche ci crederò, finche ce la farò…
…Più su, più su …
Fino a sposare il blu,
Fino a sentire che,
Ormai sei parte di me…
Più su … >>
Se qualcuno sorride, tu non tradirlo mai…
La speranza è una musica antica,
Un motivo in più,
Canterai e piangerai insieme a me,
Dimmi lo vuoi tu ?
Sveleremo al nemico quel poco di lealtà,
Insegneremo il perdono a chi dimenticare non sa,
La paura che senti è la stessa che provo io,
Canterai e piangerai insieme a me,
Fratello mio!!!
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Ed io mi calerò nel ruolo che è ormai mio,
Finche ci crederò, finche ce la farò…
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Ormai sei parte di me…
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Penso al mio Minosse, che vuole farmi credere che non ho via di scampo. E penso ai tanti Minosse che opprimono e imprigionano l’uomo… eppure è Dedalo, è l’uomo stesso che costruisce il labirinto in cui poi resta in trappola… sono io che costruisco la mia prigione! Minosse nulla potrebbe da solo, se io non mi prestassi al suo gioco.
Una conquista antica, una scoperta del passato che tuttavia è da riscoprire, da riconquistare per ogni nuovo labirinto che l’uomo si costruisce. E ogni volta si prova la paura di rimanere in trappola per sempre. Il rischio è reale. C’è tutto! Davvero la vita può diventare un grande labirinto, in cui si gira a vuoto. Forse Minosse è il vero punto di svolta; forse Dedalo non si sarebbe mai sentito in trappola nel suo labirinto se Minosse non ce lo avesse rinchiuso; in qualche modo è lui che lo costringe a cercare una via di uscita… “come le avversità aguzzano l’ingegno!”
E allora ringrazio il mio Minosse, perché avverto che l’oppressione che oggi mi avvolge da ogni parte sta già alimentando un desiderio che è più potente… non temo di spiccare il volo né di abbandonarmi ai venti, ovunque essi mi portino! Solo, sto preparandomi a dire addio a Icaro, ad accettare di lasciar morire una parte di me che, abbandonando le vie ordinarie della terra e del mare, inevitabilmente perderò.
Non è una fine infausta… è un cambiamento.
Una conquista antica, una scoperta del passato che tuttavia è da riscoprire, da riconquistare per ogni nuovo labirinto che l’uomo si costruisce. E ogni volta si prova la paura di rimanere in trappola per sempre. Il rischio è reale. C’è tutto! Davvero la vita può diventare un grande labirinto, in cui si gira a vuoto. Forse Minosse è il vero punto di svolta; forse Dedalo non si sarebbe mai sentito in trappola nel suo labirinto se Minosse non ce lo avesse rinchiuso; in qualche modo è lui che lo costringe a cercare una via di uscita… “come le avversità aguzzano l’ingegno!”
E allora ringrazio il mio Minosse, perché avverto che l’oppressione che oggi mi avvolge da ogni parte sta già alimentando un desiderio che è più potente… non temo di spiccare il volo né di abbandonarmi ai venti, ovunque essi mi portino! Solo, sto preparandomi a dire addio a Icaro, ad accettare di lasciar morire una parte di me che, abbandonando le vie ordinarie della terra e del mare, inevitabilmente perderò.
Non è una fine infausta… è un cambiamento.
Se fossi solo acqua evaporerei
per innalzarmi al cielo.
se fossi solo vento soffiere più forte,
per staccare le foglie morte dagli alberi.
Se fossi solo fuoco arderei in toto
il mio corpo,
mi piacerebbe vivermi con l'anima.
se fossi l'io che sono,
vorrei essere vapore creato dall'acqua sul fuoco attizzato dal vento.
By Sinclair
per innalzarmi al cielo.
se fossi solo vento soffiere più forte,
per staccare le foglie morte dagli alberi.
Se fossi solo fuoco arderei in toto
il mio corpo,
mi piacerebbe vivermi con l'anima.
se fossi l'io che sono,
vorrei essere vapore creato dall'acqua sul fuoco attizzato dal vento.
By Sinclair
Kahlil Gibran
E una donna che reggeva un bambino al seno disse:
Parlaci dei Figli.
E lui disse:
I vostri figli non sono figli vostri.
Sono figli e figlie della sete che la vita ha di sé stessa.
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,
E benché vivano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro amore ma non i vostri pensieri:
Essi hanno i loro pensieri.
Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:
Esse abitano la casa del domani, che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.
Potete tentare di essere simili a loro, ma non farvi simili a voi:
La vita procede e non s'attarda sul passato.
Voi site gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti.
L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell'Arciere;
Poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell'arco.
E una donna che reggeva un bambino al seno disse:
Parlaci dei Figli.
E lui disse:
I vostri figli non sono figli vostri.
Sono figli e figlie della sete che la vita ha di sé stessa.
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,
E benché vivano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro amore ma non i vostri pensieri:
Essi hanno i loro pensieri.
Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:
Esse abitano la casa del domani, che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.
Potete tentare di essere simili a loro, ma non farvi simili a voi:
La vita procede e non s'attarda sul passato.
Voi site gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti.
L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell'Arciere;
Poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell'arco.
Il mito di Icaro in qualche maniera rappresenta nella nostra cultura il monito continuo a raggiungere gli obiettivi uno alla volta, a non rischiare troppo, ad avere un profilo basso, appunto: “senza bruciarsi prima”.
“Icaro rappresenta, col suo volo aereo straordinariamente anticipatore, in particolare, il sogno dell'adolescente di diventare adulto prima del tempo, di superare la mediazione di una vita piena di contraddizioni (quella di Dedalo) nell'immediatezza di una coerenza assoluta all'ideale, quella coerenza che porta sempre, come anche la sua vicenda dimostra, a contraddizioni ancora maggiori, tragiche in quanto irrisolvibili”.
La lotta continua tra il restare “dipendenti” dai consigli e dalle Vesti genitoriali ed il provare attraverso il violare i dinieghi ed i tabù a trovare la propria dimensione, le proprie regole.
“Icaro vedeva l'accortezza e la moderazione del padre (che chiedeva, come strategia di volo, di abbandonarsi ai venti e di volare né troppo alto né troppo basso) come una forma di cedimento all'ideale assoluto di perfezione” nel sentire la completa armonia con le forze della natura prova a dominarle, vive allora i moniti paterni come una forma di eccessiva esitazione, un compromesso inaccettabile con le forze della natura e dell'ignoto insondabile che avverte in quel momento più docili; e nello stesso momento ne rimane travolto.
Icaro, era figlio di una schiava, vola in alto, per liberarsi dei timori, delle riserve mentali, dei pregiudizi del passato, senza tener conto dei condizionamenti della realtà. Ecco perché raffigurerà per sempre, sul piano politico, l'avventurismo, l'estremismo infantile, ma non come un “novello imprenditore senza scrupoli”, quanto invece come lo schiavo liberato ebbro di libertà finalmente raggiunta. Capita spesso di diventare schiavi degli stessi ideali che dovrebbero liberarci. In questo senso qualcuno ha fatto notare: “Icaro rappresenta anche l'ateismo impulsivo, autoritario, egocentrico: il suo bisnonno, Eretteo, nonno di Dedalo, fu sepolto vivo sotto terra per il suo ateismo”.
In ogni adolescente troveremo prima o poi un frammento di Icaro. A volte incapaci di ascoltare, solamente attraverso il contatto duro e doloroso con la terra (realtà) potranno rimediare alla “sbornia” dovuta al contatto con la dimensione ideale della perfezione e dell’onnipotenza che tutti corpi infantili provano non appena vestito il fisico “superegoico” dell’adulto. Non è così facile distinguere l'eccitazione del volo dalla sensazione del precipitare, chiunque ha provato l’ebrezza del parapendio come me, sa di cosa sto parlando.
Ma sarebbe sbagliato dare il senso dell’unicità a tale rapporto vincolandolo al legame genitore-figlio. C’è tanto di questo mito anche nel rapporto che si viene a creare tra il maestro e l’allievo. Capita spesso che l’allievo proprio nel momento in cui ne avrebbe più bisogno non si riferisce più al maestro ma, addirittura, lo rivisiti attraverso i suoi limiti come ad un rivale. Ed è proprio in ogni situazione di apprendistato questa dimensione quasi indispensabile sulla strada dell’autonomia. Molto spesso ho sperimentato da formatore questa sensazione, e resto sempre molto sorpreso dal fatto che nel momento stesso in cui accetto (a volte mio malgrado, perché spesso è evidente che gli allievi non siano ancora pronti) la scelta di voler volare da soli, molti di loro siano risentiti del fatto che quando cadono e si fanno male tu non sia li a recuperarli. I più attenti potranno obiettare che cosi facendo Icaro muore. In realtà muore una parte dell’adolescente, muore il sogno, il desiderio di perfezione, il sentire se stesso più vicino al cielo e simile ad un "dio" in altre parole nasce l’uomo che accoglie i propri limiti e prova a superarli giorno dopo giorno proprio a partire dalla consapevolezza degli stessi.
Prorpio in quest’ottica diventa più importante andare a visitare cosa sta dietro ad Icaro cioè cosa rappresenta veramente Dedalo. Nella storia della mitologia della Grecia antica l'artigiano si trova ad essere spesso confuso con altre funzioni sociali o professionali: medico, ambasciatore, assistente religioso, mediatore, indovino... che potevano far capo a una funzione onnicomprensiva: quella del demiurgo. Ed è probabile che anche nella vita reale in parte fosse così. Tra gli dèi dell'Olimpo Efesto, p.es., appare come un demiurgo, in quanto loro coppiere, signore dei metalli e dei talismani, nonché del fuoco, con cui appunto si forgiavano i metalli.
La stessa techne si riferiva a due categorie economiche che noi oggi teniamo, a motivo della divisione del sapere e delle esigenze produttive del capitale, assai poco unite: arte e artigianato; quasi per paradosso sempre più spesso mi trovo a dire che lo psicoterapeuta fa un lavoro che si trova nel mezzo del percorso tra arte ed artigianato.
“Dunque in questo contesto culturale va visto il mito di Dedalo, che rappresenta, se vogliamo, l'archetipo dell'artigiano geniale, tra i primissimi inventori, in assoluto, accanto a Epeo (famoso per aver costruito il cavallo di Troia) e Palamede (fatto uccidere da Ulisse, il cui genio militare mal sopportava uno sviluppo eccessivo della scienza e della tecnica applicato alla vita civile)”.
La leggenda
Della stirpe regale ateniese di Cecrope o Metionidi, figlio di Metione, pronipote di Eretteo o Erittonio, Dedalo è geniale artefice in ogni settore artigianale. Inventa molti nuovi strumenti di lavoro: sega, trapano, accetta, filo a piombo, succhiello, colla...
Geloso di suo nipote Talo, che immaginava di poter realizzare il tornio, il compasso, una sega metallica o che forse pensava di rivelare ad altri i segreti di Dedalo, lo uccide gettandolo dall'Acropoli. Costretto all'esilio o forse fuggiasco, ripara a Creta presso Minosse, fabbricando statue che muovevano da sole occhi, braccia e gambe e progetta un luogo per la danza, destinato ad Arianna, figlia di Minosse.
Per la moglie di Minosse, invece, costruisce una struttura a forma di vacca di legno ricoperta di cuoio che permetteva alla regina, nascosta all'interno, di unirsi a un toro, quello che il dio Poseidone aveva donato a Minosse, perché lo sacrificasse, e che lui invece aveva sostituito con un altro di minor valore, suscitando così le ire del dio, che indusse la regina ad innamorarsi del toro. Dall'unione sessuale nascerà il Minotauro: un mostro che sul corpo umano aveva una testa di toro.
Minosse, per nascondere il Minotauro, chiede a Dedalo di costruire il Labirinto (a Cnosso), dove, essendo chiuso da un bosco, con molti andirivieni, era impossibile uscirne una volta entrati.
Accade poi che Androgeo, uno dei figli di Minosse, viene ucciso dagli Ateniesi: il padre li combatte e, approfittando dell'occasione, li costringe al tributo di sette giovani e di altrettante giovinette da inviare, ogni nove anni a Creta per essere divorati dal Minotauro.
Atene però, al terzo tributo, manda Teseo per uccidere il Minotauro. E' proprio Dedalo che per compiacere Arianna che amava l'eroe, dà a questa il gomitolo che doveva servire per far ritrovare a Teseo la strada del ritorno, dopo aver ucciso il Minotauro.
Ma Minosse viene a sapere tutto e, non potendo punire la figlia ch'era fuggita con Teseo, rinchiude lo stesso Dedalo col figlio Icaro nel labirinto.
Dedalo però trova un altro modo per uscirvi: riesce a preparare grandi ali di penne, tenute insieme con la cera, e ad applicarle sulle sue scapole e su quelle di Icaro, col quale spiccano il volo.
Dedalo aveva raccomandato a Icaro di volare ad altezza media, ma quello vola troppo in alto, sicché il sole scioglie la cera delle ali, e Icaro, sotto gli occhi del padre, precipita nel mare Tirreno e affoga.
Dedalo, invece, proseguendo nel suo volo, raggiunge la Sicilia (Agrigento), mettendosi al servizio del re Cocalo. Gli costruisce una diga, fortifica una cittadella per proteggere i tesori del re, edifica su una roccia a picco le fondamenta di un tempio ad Afrodite, installa uno stabilimento termale...
Ma Minosse lo cerca perché lo vuole morto e propone una ricompensa a chi sarà in grado di far passare un filo attraverso il guscio di una chiocciola. Il re Cocalo sottopone Dedalo alla prova. Questi attacca il filo a una formica che introduce nel guscio attraverso un buco praticato alla sommità. Quando la formica esce il problema è risolto.
Minosse scopre così la presenza di Dedalo e chiede che gli venga consegnato, ma le figlie del re Cocalo, per salvare Dedalo, lo aiutano a far morire Minosse nell'acqua bollente mentre il re sta facendo il bagno.
Dedalo torna poi ad Atene dove diventa capostipite della famiglia ateniese dei Dedalidi.
Precipitare, cadere mettendo un piede in fallo o, come anche si dice, compiendo un passo falso," tradendosi" nel camminare, nel procedere, il passo falso, la caduta, giunge proprio quando ci sentiamo sicuri sulla cima. La metafora, purtroppo, si è confusa spesso con la realtà, tutte le volte in cui alpinisti, anche assai valenti, sono precipitati proprio quando la vetta era già stata raggiunta e la tensione si era sciolta sulla strada del ritorno. Questo è l’altro aspetto fondamentale del mito. La tensione che si scioglie è proprio il collante che tiene insieme la cera e le piume.
“Dedalo causa la morte del nipote Perdice, figlio della sorella e dalla stessa affidatogli. Accecato dalla gelosia nei confronti di quel bambino dalle doti creative straordinarie lo spinge dall'alto dell'Acropoli, facendolo precipitare in mare” .E', dunque, l'illusione del volo a morire con noi nello schianto contro la dolorosa solidità del terreno. Quando, però, giunge il dolore, tutto è ormai "accaduto". Non c'è via di ritorno. Perlomeno non è possibile tornare indietro proprio da dove siamo venuti. Del resto, che senso avrebbe percorrere a ritroso la via che abbiamo scoperto essere tragicamente sbagliata?
Lo stesso labirinto "è un luogo enigmatico, scarsamente materiale, un percorso inestricabile, rappresentazione spaziale del concetto di aporia, di problema insolubile o che contiene la soluzione in se stesso. Il "dedalo" è l'immagine stessa dello spirito che lo ha concepito: tortuoso, sinuoso, ricco di infiniti meandri come ricco di risorse è il genio del suo autore. La metafora perfetta degli adulti che svestiti dall’aura meravigliosa del sogno e del desiderio rischiano di “dedalarsi” (permettetemi il neologismo) attorcigliandosi sulle proprie cecità.
Come si esce da questo? L'artista incarna il mito eroico descritto da Carl Gustav Jung di colui che deve attraversare le più oscure profondità della sua anima per riemergere arricchito di nuova coscienza. In questo senso la perdita del figlio rappresenta per Dedalo il monito a non sfidare oltremodo le leggi dell’anima.
Forse proprio per questo nel blog i partecipanti hanno colto molto l’essenza artistica e onirica del mito, tralasciando forse volutamente la parte più artigianale e realistica dello stesso. A tutti i commenti lasciati vorrei esprimere un ringraziamento ed un invito: con la scusa del volo a volte ci perdiamo quello che ci sta vicino, con la scusa di ritrovare noi stessi a volte abandoniamo chi si è ritrovato standoci vicino, se il volo di Icaro è una metafora perché andare così lontano a cercare la propria anima?
“ Ma stai attento - diceva al figlio mentre insieme salivano verso il cielo remeggiando con le braccia - attento a non accostarti troppo al Sole, perché si scioglierebbe la cera che tiene salde e unite le ali; e non abbassarti troppo verso il mare, perché l’umidità dell’acqua inzupperebbe le penne e non potresti più risalire ” .
Ma Icaro, ancora giovane e dalle belle speranze, non lo ascoltò, inebriato com’era da quel magico volo che gli faceva scorgere già lontane le terre e i mari, e che sempre di più lo avvicinava, esaltandolo, alla voragine dell’infinito, dove si trovano le stelle.
E’ nella natura dell’uomo ambizioso e troppo sicuro di sé voler sfidare la vita e farsi un paio di ali che lo facciano salire sempre più in alto……………
il resto lo conosceremo piano piano, giorno dopo giorno
“Icaro rappresenta, col suo volo aereo straordinariamente anticipatore, in particolare, il sogno dell'adolescente di diventare adulto prima del tempo, di superare la mediazione di una vita piena di contraddizioni (quella di Dedalo) nell'immediatezza di una coerenza assoluta all'ideale, quella coerenza che porta sempre, come anche la sua vicenda dimostra, a contraddizioni ancora maggiori, tragiche in quanto irrisolvibili”.
La lotta continua tra il restare “dipendenti” dai consigli e dalle Vesti genitoriali ed il provare attraverso il violare i dinieghi ed i tabù a trovare la propria dimensione, le proprie regole.
“Icaro vedeva l'accortezza e la moderazione del padre (che chiedeva, come strategia di volo, di abbandonarsi ai venti e di volare né troppo alto né troppo basso) come una forma di cedimento all'ideale assoluto di perfezione” nel sentire la completa armonia con le forze della natura prova a dominarle, vive allora i moniti paterni come una forma di eccessiva esitazione, un compromesso inaccettabile con le forze della natura e dell'ignoto insondabile che avverte in quel momento più docili; e nello stesso momento ne rimane travolto.
Icaro, era figlio di una schiava, vola in alto, per liberarsi dei timori, delle riserve mentali, dei pregiudizi del passato, senza tener conto dei condizionamenti della realtà. Ecco perché raffigurerà per sempre, sul piano politico, l'avventurismo, l'estremismo infantile, ma non come un “novello imprenditore senza scrupoli”, quanto invece come lo schiavo liberato ebbro di libertà finalmente raggiunta. Capita spesso di diventare schiavi degli stessi ideali che dovrebbero liberarci. In questo senso qualcuno ha fatto notare: “Icaro rappresenta anche l'ateismo impulsivo, autoritario, egocentrico: il suo bisnonno, Eretteo, nonno di Dedalo, fu sepolto vivo sotto terra per il suo ateismo”.
In ogni adolescente troveremo prima o poi un frammento di Icaro. A volte incapaci di ascoltare, solamente attraverso il contatto duro e doloroso con la terra (realtà) potranno rimediare alla “sbornia” dovuta al contatto con la dimensione ideale della perfezione e dell’onnipotenza che tutti corpi infantili provano non appena vestito il fisico “superegoico” dell’adulto. Non è così facile distinguere l'eccitazione del volo dalla sensazione del precipitare, chiunque ha provato l’ebrezza del parapendio come me, sa di cosa sto parlando.
Ma sarebbe sbagliato dare il senso dell’unicità a tale rapporto vincolandolo al legame genitore-figlio. C’è tanto di questo mito anche nel rapporto che si viene a creare tra il maestro e l’allievo. Capita spesso che l’allievo proprio nel momento in cui ne avrebbe più bisogno non si riferisce più al maestro ma, addirittura, lo rivisiti attraverso i suoi limiti come ad un rivale. Ed è proprio in ogni situazione di apprendistato questa dimensione quasi indispensabile sulla strada dell’autonomia. Molto spesso ho sperimentato da formatore questa sensazione, e resto sempre molto sorpreso dal fatto che nel momento stesso in cui accetto (a volte mio malgrado, perché spesso è evidente che gli allievi non siano ancora pronti) la scelta di voler volare da soli, molti di loro siano risentiti del fatto che quando cadono e si fanno male tu non sia li a recuperarli. I più attenti potranno obiettare che cosi facendo Icaro muore. In realtà muore una parte dell’adolescente, muore il sogno, il desiderio di perfezione, il sentire se stesso più vicino al cielo e simile ad un "dio" in altre parole nasce l’uomo che accoglie i propri limiti e prova a superarli giorno dopo giorno proprio a partire dalla consapevolezza degli stessi.
Prorpio in quest’ottica diventa più importante andare a visitare cosa sta dietro ad Icaro cioè cosa rappresenta veramente Dedalo. Nella storia della mitologia della Grecia antica l'artigiano si trova ad essere spesso confuso con altre funzioni sociali o professionali: medico, ambasciatore, assistente religioso, mediatore, indovino... che potevano far capo a una funzione onnicomprensiva: quella del demiurgo. Ed è probabile che anche nella vita reale in parte fosse così. Tra gli dèi dell'Olimpo Efesto, p.es., appare come un demiurgo, in quanto loro coppiere, signore dei metalli e dei talismani, nonché del fuoco, con cui appunto si forgiavano i metalli.
La stessa techne si riferiva a due categorie economiche che noi oggi teniamo, a motivo della divisione del sapere e delle esigenze produttive del capitale, assai poco unite: arte e artigianato; quasi per paradosso sempre più spesso mi trovo a dire che lo psicoterapeuta fa un lavoro che si trova nel mezzo del percorso tra arte ed artigianato.
“Dunque in questo contesto culturale va visto il mito di Dedalo, che rappresenta, se vogliamo, l'archetipo dell'artigiano geniale, tra i primissimi inventori, in assoluto, accanto a Epeo (famoso per aver costruito il cavallo di Troia) e Palamede (fatto uccidere da Ulisse, il cui genio militare mal sopportava uno sviluppo eccessivo della scienza e della tecnica applicato alla vita civile)”.
La leggenda
Della stirpe regale ateniese di Cecrope o Metionidi, figlio di Metione, pronipote di Eretteo o Erittonio, Dedalo è geniale artefice in ogni settore artigianale. Inventa molti nuovi strumenti di lavoro: sega, trapano, accetta, filo a piombo, succhiello, colla...
Geloso di suo nipote Talo, che immaginava di poter realizzare il tornio, il compasso, una sega metallica o che forse pensava di rivelare ad altri i segreti di Dedalo, lo uccide gettandolo dall'Acropoli. Costretto all'esilio o forse fuggiasco, ripara a Creta presso Minosse, fabbricando statue che muovevano da sole occhi, braccia e gambe e progetta un luogo per la danza, destinato ad Arianna, figlia di Minosse.
Per la moglie di Minosse, invece, costruisce una struttura a forma di vacca di legno ricoperta di cuoio che permetteva alla regina, nascosta all'interno, di unirsi a un toro, quello che il dio Poseidone aveva donato a Minosse, perché lo sacrificasse, e che lui invece aveva sostituito con un altro di minor valore, suscitando così le ire del dio, che indusse la regina ad innamorarsi del toro. Dall'unione sessuale nascerà il Minotauro: un mostro che sul corpo umano aveva una testa di toro.
Minosse, per nascondere il Minotauro, chiede a Dedalo di costruire il Labirinto (a Cnosso), dove, essendo chiuso da un bosco, con molti andirivieni, era impossibile uscirne una volta entrati.
Accade poi che Androgeo, uno dei figli di Minosse, viene ucciso dagli Ateniesi: il padre li combatte e, approfittando dell'occasione, li costringe al tributo di sette giovani e di altrettante giovinette da inviare, ogni nove anni a Creta per essere divorati dal Minotauro.
Atene però, al terzo tributo, manda Teseo per uccidere il Minotauro. E' proprio Dedalo che per compiacere Arianna che amava l'eroe, dà a questa il gomitolo che doveva servire per far ritrovare a Teseo la strada del ritorno, dopo aver ucciso il Minotauro.
Ma Minosse viene a sapere tutto e, non potendo punire la figlia ch'era fuggita con Teseo, rinchiude lo stesso Dedalo col figlio Icaro nel labirinto.
Dedalo però trova un altro modo per uscirvi: riesce a preparare grandi ali di penne, tenute insieme con la cera, e ad applicarle sulle sue scapole e su quelle di Icaro, col quale spiccano il volo.
Dedalo aveva raccomandato a Icaro di volare ad altezza media, ma quello vola troppo in alto, sicché il sole scioglie la cera delle ali, e Icaro, sotto gli occhi del padre, precipita nel mare Tirreno e affoga.
Dedalo, invece, proseguendo nel suo volo, raggiunge la Sicilia (Agrigento), mettendosi al servizio del re Cocalo. Gli costruisce una diga, fortifica una cittadella per proteggere i tesori del re, edifica su una roccia a picco le fondamenta di un tempio ad Afrodite, installa uno stabilimento termale...
Ma Minosse lo cerca perché lo vuole morto e propone una ricompensa a chi sarà in grado di far passare un filo attraverso il guscio di una chiocciola. Il re Cocalo sottopone Dedalo alla prova. Questi attacca il filo a una formica che introduce nel guscio attraverso un buco praticato alla sommità. Quando la formica esce il problema è risolto.
Minosse scopre così la presenza di Dedalo e chiede che gli venga consegnato, ma le figlie del re Cocalo, per salvare Dedalo, lo aiutano a far morire Minosse nell'acqua bollente mentre il re sta facendo il bagno.
Dedalo torna poi ad Atene dove diventa capostipite della famiglia ateniese dei Dedalidi.
Precipitare, cadere mettendo un piede in fallo o, come anche si dice, compiendo un passo falso," tradendosi" nel camminare, nel procedere, il passo falso, la caduta, giunge proprio quando ci sentiamo sicuri sulla cima. La metafora, purtroppo, si è confusa spesso con la realtà, tutte le volte in cui alpinisti, anche assai valenti, sono precipitati proprio quando la vetta era già stata raggiunta e la tensione si era sciolta sulla strada del ritorno. Questo è l’altro aspetto fondamentale del mito. La tensione che si scioglie è proprio il collante che tiene insieme la cera e le piume.
“Dedalo causa la morte del nipote Perdice, figlio della sorella e dalla stessa affidatogli. Accecato dalla gelosia nei confronti di quel bambino dalle doti creative straordinarie lo spinge dall'alto dell'Acropoli, facendolo precipitare in mare” .E', dunque, l'illusione del volo a morire con noi nello schianto contro la dolorosa solidità del terreno. Quando, però, giunge il dolore, tutto è ormai "accaduto". Non c'è via di ritorno. Perlomeno non è possibile tornare indietro proprio da dove siamo venuti. Del resto, che senso avrebbe percorrere a ritroso la via che abbiamo scoperto essere tragicamente sbagliata?
Lo stesso labirinto "è un luogo enigmatico, scarsamente materiale, un percorso inestricabile, rappresentazione spaziale del concetto di aporia, di problema insolubile o che contiene la soluzione in se stesso. Il "dedalo" è l'immagine stessa dello spirito che lo ha concepito: tortuoso, sinuoso, ricco di infiniti meandri come ricco di risorse è il genio del suo autore. La metafora perfetta degli adulti che svestiti dall’aura meravigliosa del sogno e del desiderio rischiano di “dedalarsi” (permettetemi il neologismo) attorcigliandosi sulle proprie cecità.
Come si esce da questo? L'artista incarna il mito eroico descritto da Carl Gustav Jung di colui che deve attraversare le più oscure profondità della sua anima per riemergere arricchito di nuova coscienza. In questo senso la perdita del figlio rappresenta per Dedalo il monito a non sfidare oltremodo le leggi dell’anima.
Forse proprio per questo nel blog i partecipanti hanno colto molto l’essenza artistica e onirica del mito, tralasciando forse volutamente la parte più artigianale e realistica dello stesso. A tutti i commenti lasciati vorrei esprimere un ringraziamento ed un invito: con la scusa del volo a volte ci perdiamo quello che ci sta vicino, con la scusa di ritrovare noi stessi a volte abandoniamo chi si è ritrovato standoci vicino, se il volo di Icaro è una metafora perché andare così lontano a cercare la propria anima?
“ Ma stai attento - diceva al figlio mentre insieme salivano verso il cielo remeggiando con le braccia - attento a non accostarti troppo al Sole, perché si scioglierebbe la cera che tiene salde e unite le ali; e non abbassarti troppo verso il mare, perché l’umidità dell’acqua inzupperebbe le penne e non potresti più risalire ” .
Ma Icaro, ancora giovane e dalle belle speranze, non lo ascoltò, inebriato com’era da quel magico volo che gli faceva scorgere già lontane le terre e i mari, e che sempre di più lo avvicinava, esaltandolo, alla voragine dell’infinito, dove si trovano le stelle.
E’ nella natura dell’uomo ambizioso e troppo sicuro di sé voler sfidare la vita e farsi un paio di ali che lo facciano salire sempre più in alto……………
il resto lo conosceremo piano piano, giorno dopo giorno
Mi pare che quella di Icaro non sia che una tendenza naturale dell'uomo, cioé la tendenza a disubbidire e dissacrare.
Questa persistenza nell'errore si trova nella magistrale favola di Apuleio: "Eros e Psiche" dove la giovane Psiche rompe, uno dopo l'altro, tutti i saggi divieti lei imposti.
Attraverso questo cammino però Psiche dà la nascita a Voluttà e diviene una Dea.
Ma gli esempi si sprecano, è il caso di Prometeo detto pantoporos, capace cioé di superare tutte le proibizioni, per questo anche chiamato deinos, terribile.
Come Icaro e Psiche egli viene puntualmente punito in modo cruento, un tormento da cui non potrà trovare via d'uscita né avrà fine.
Ma senza il pharmakon, il fuoco donato agli uomini da Prometeo, questi non avrebbero mai potuto acquisire le techne, non avrebbero mai potuto trasformarsi propriamente in uomini da "larve di sogno" quali erano prima del suo intervento.
Mi pare che la proibizione sia dunque un topos della letteratura antica.
Sono d'accordo sulla posizione di Icaro e sulla sua morte intesa quale fine dell'adolescenza.
Mi chiedo soltanto se non sia un passo necessario, senza il quale non potrebbe esserci un reale passaggio nella vita adulta.
Nel film di Jodorowsky: "La montagna sacra", il maestro del gruppo di iniziati che hanno faticosamente salito la montagna spirituale annuncia puntualmente sulla vetta: "Siamo partiti nel nostro viaggio cercando l'immortalità e ci siamo trovati alla sua fine più umani di prima".
Possiamo scoprire i nostri limiti senza prima giungervi?
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Questa persistenza nell'errore si trova nella magistrale favola di Apuleio: "Eros e Psiche" dove la giovane Psiche rompe, uno dopo l'altro, tutti i saggi divieti lei imposti.
Attraverso questo cammino però Psiche dà la nascita a Voluttà e diviene una Dea.
Ma gli esempi si sprecano, è il caso di Prometeo detto pantoporos, capace cioé di superare tutte le proibizioni, per questo anche chiamato deinos, terribile.
Come Icaro e Psiche egli viene puntualmente punito in modo cruento, un tormento da cui non potrà trovare via d'uscita né avrà fine.
Ma senza il pharmakon, il fuoco donato agli uomini da Prometeo, questi non avrebbero mai potuto acquisire le techne, non avrebbero mai potuto trasformarsi propriamente in uomini da "larve di sogno" quali erano prima del suo intervento.
Mi pare che la proibizione sia dunque un topos della letteratura antica.
Sono d'accordo sulla posizione di Icaro e sulla sua morte intesa quale fine dell'adolescenza.
Mi chiedo soltanto se non sia un passo necessario, senza il quale non potrebbe esserci un reale passaggio nella vita adulta.
Nel film di Jodorowsky: "La montagna sacra", il maestro del gruppo di iniziati che hanno faticosamente salito la montagna spirituale annuncia puntualmente sulla vetta: "Siamo partiti nel nostro viaggio cercando l'immortalità e ci siamo trovati alla sua fine più umani di prima".
Possiamo scoprire i nostri limiti senza prima giungervi?
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