martedì, dicembre 06, 2005

 

Il volo di Icaro


Poi che Dedalo ebbe costruito il Labirinto, Minosse ve lo rinchiuse insieme col figlioletto Icaro, negando loro ogni scampo. Inutilmente Dedalo parlò al re e gli disse: «O re, che sei famoso nel mondo come il più giusto di tutti gli uomini, poni fine al mio esilio. Fai che la terra paterna accolga le mie ceneri. Io non potei vivere nella mia patria, perseguitato da un ingiusto destino: vi possa almeno morire. Se non vuoi rendere libero me, ormai vecchio e stanco, libera il mio figliolo.
Se non vuoi liberare il ragazzo, libera me.» Così parlò, e molto ancora avrebbe potuto dire. Ma Minosse non gli dava ascolto. Allora l'artefice, rivolto a se stesso: «Ora, o Dedalo» disse, «è il momento di dimostrare il tuo ingegno. Il reè signore della terra e del mare. Né la terra né il mare si apriranno mai alla tua fuga. Resta la strada del cielo, tenta la strada del cielo!»
Poi, rivolgendosi a Giove: «O sommo Giove, o padre celeste, perdona il mio ardire! Non tenterò questa strada per scalare le case degli dèi, ma perché essa è la sola che mi resti per scampare al tiranno. Se per questo dovessi traversare a nuoto il fiume infernale, lo Stige, mi geterei a nuoto nello Stige. Il momento richiede che io trasformi la mia stessa natura, che da uomo mi trasformi in uccello!» Come le avversità aguzzano l'ingegno!
Chi avrebbe mai creduto che un uomo potesse correre per le vie dell'aria? Cominciò Dedalo a disporre in ordine le penne, remi per gli ucccelli, e a riunire le diverse parti del leggero congegno con funicelle di lino; quindi ne fuse insieme le estremità con cera sciolta nel fuoco, finché l'opera
mai veduta non fu pronta. Il figlioletto Icaro, contento, eccitato, aiutava il padre a rammollire la cera e a unire insieme le penne, ancora ignaro che dovesse servire alle sue spalle. E il padre a lui: «Con questa nave noi torneremo in patria, con questa sfuggiremo a Minosse. Minosse ci ha precluso ogni scampo, ma non potrà impedirci di volare. Ora tu volerai con l'arte mia. Stai però attento, o figlio, di non puntare verso l'Orsa Maggiore, o verso il compagno di Boote, Orione, armato della sua spada. Segui nel volo soltanto me. Viemmi dietro. Dietro di me non correrai pericolo. Se infatti voleremo troppo in alto, la cera non reggerà al calore del sole; se muoveremo
le ali troppo in basso fino a sfiorare le onde del mare, le onde inzupperanno le nostre agili penne. Vola a mezza strada, o figlio. E attento all'urto dei venti. Abbandònati a essi, ovunque essi ti portino!»
E mentre diceva queste parole, gli adattava alle spalle le ali e gliene mostrava il movimento; gli insegnò come fa il passero coi suoi nati ancora inesperti. Quindi si allacciò anch'egli le ali e tentò timidamente i primi passi sulla nuova via. Ma prima di spiccare il volo, dicono che più volte baciasse il figlio e non riuscisse a trattenere le lacrime. C'era un piccolo colle che dominava intorno la campagna. Di lassù si slanciarono insieme, innalzandosi a poco a poco nel volo, destinato a tragica fine. Dedalo battè con forza le ali, già lo prendeva la gioia del volo. Ma non per questo perse d'occhio le ali del figlio. Icaro, intanto, superata la prima paura, volò anch'egli più forte e sicuro. Qualcuno che stava pescando sulla riva del mare, li vide e stupefatto lasciò cadere la canna. Già avevano superato alla loro sinistra l'isola di Samo e Nasso e Paro e Delo, cara ad Apollo. Sulla destra scorgevano Lebinto e Calimmo, ombrosa di selve, e Astipalèa, cinta d'acque pescose; ed ecco il ragazzo, reso temerario dall'incauta età, volare sempre più in alto, abbandonare a poco a poco la guida paterna.
E già i legami delle ali si allentavano, ecco la cera liquefarsi alla vampa del sole, ecco il moto delle braccia non sostenerlo più sull'aria leggera. Preso dallo spavento, il fanciullo misurò da quell'altezza il mare lontano; un buio gli calò sugli occhi atterriti; ormai tutta la cera era disciolta.
L'infelice ragazzo agitò più forte le braccia, nude di penne; tremando sentì che non lo reggevano più. Cadde e cadendo gridò da lontano: «Padre, padre, precìpito!» Ma mentre ancora parlava, l'onda verde del mare gli chiuse per sempre la bocca. Allora, il padre sventurato, ormai non più padre: «Icrao, Icaro!» gridava, «dove sei? dove stai volando? Icaro!» gridava ancora. Ma altro non vide che le penne galleggiare sull'onde del mare.
Ora la terra raccoglie le ossa di lui e il mare ne ricorda il nome.

(Ovidio, L'arte di amare, II, 21-96)

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