venerdì, febbraio 03, 2006

 

Amore e Psiche


Un re ed una regina avevano tre figlie. Le maggiori erano andate in spose a pretendenti di sangue reale, ma la più piccola, di nome Psiche, era talmente bella che nessun uomo osava corteggiarla, tutti l’adoravano come fosse una dea. Alcuni credevano che si trattasse dell’incarnazione di Venere sulla terra. Tutti adoravano e rendevano omaggio a Psiche trascurando però gli altari della vera dea, perfino i templi di Cnido, Pafo e Citera erano disertati per una mortale. Afrodite sentendosi trascurata ed offesa, a causa di una mortale, pensò di vendicarsi con l’aiuto di suo figlio Amore e delle frecce amorose. La vendetta d’Afrodite consisteva di far innamorare Psiche dell’uomo più sfortunato della terra, con il quale doveva condurre una vita di povertà e di dolore. Amore accettò subito la proposta della madre ma, appena vide Psiche rimase incantato della sua bellezza. Confuso dalla splendida visione, fece cadere sul suo stesso piede la freccia preparata per Psiche cadendo cosi, vittima del suo stesso inganno. Egli iniziò cosi ad amare la ragazza e non pensò neanche per un attimo di farle del male. Nel frattempo i genitori di Psiche si preoccupavano perché un gran numero di pretendenti veniva ad ammirare la figlia, ma nessuno aveva il coraggio di sposarla. Il padre, preoccupato decise di consultare un oracolo d’Apollo per sapere se la figlia avesse trovato un marito, l’oracolo però gli comunicò una brutta notizia. Egli avrebbe dovuto lasciare la figlia sulla sommità di una montagna, vestita con abito nuziale. Qui essa sarebbe stata corteggiata da un personaggio temuto dagli stessi dei. Malgrado questo, i genitori non volendo disubbidire alle predizioni dell’oracolo, portarono, al calar del sole, Psiche sulla montagna prescelta vestita di nozze, e la lasciarono lì sola al buio. Solo quando lei restò da sola venne uno Zefiro che la sollevò e la trasportò in volo su un letto di fiori profumati. Psiche si svegliò quando sorse il sole e guardandosi attorno vide un torrente che scorreva all’interno di un boschetto. Sulle rive di questo torrente s’innalzava un palazzo d’aspetto cosi nobile da sembrare quello di un dio. Psiche, quando trovò il coraggio di entrare, scoprì che le sale interne erano più splendide, tutte ricolme di tesori provenienti da ogni parte del mondo, ma la cosa più strana era che tutte quelle ricchezze sembravano abbandonate. Lei di tanto in tanto si domandava di chi fossero tutti quei beni preziosi, e delle voci gli rispondevano che era tutto suo e che loro erano dei servitori al suo servizio. Giunta la sera lei si coricò su un giaciglio e sentì un’ombra che riposava al suo fianco, si spaventò, ma subito dopo, un caldo abbraccio la avvolse e sentì una voce mormorarle che lui era il suo sposo, e che non doveva chiedere chi fosse ma soprattutto non cercare di guardarlo, ma di accontentarsi del suo amore. La soffice voce e le morbide carezze vinsero il cuore di Psiche e lei non fece più domande. Per tutta la notte si scambiarono parole d’amore, ma prima che l’alba arrivasse, il misterioso marito sparì, promettendole che sarebbe tornato appena la notte fosse nuovamente calata. Psiche attendeva con ansia la notte, e con questo l’arrivo del suo invisibile marito, ma i giorni erano lunghi e solitari, quindi decise, con l’assenso del marito, di fare venire le sue sorelle, anche se Amore l’avvertì che sarebbero state causa di dolore e d’infelicità. Il giorno seguente, un Zefiro portò le due sorelle da Psiche, lei fu felice di rivederle, e le due non furono di meno vedendo le ricchezze che possedeva. Ogni volta che le due facevano domande sul marito, Psiche sviava sempre la risposta o rispondeva che era un ricco re che per tutto il giorno andava a caccia. Le sorelle s’insospettirono delle strane risposte che dava Psiche, loro credevano che stesse nascondendo il marito perché era un mostro. Queste allusioni Psiche li smentì tutte, fino a quando non cedette e raccontò che lei non aveva mai visto il marito e che non conosceva nemmeno il suo nome. Allora le due maligne, accecate dalla gelosia, insinuarono nella mente della povera ragazza che suo marito doveva essere un mostro il quale nonostante le sue belle parole non avrebbe tardato a divorarla nel sonno. Quella notte come sempre Amore raggiunse Psiche e dopo averla abbracciata si addormentò. Quando fu sicura che egli dormisse, si alzò e prese una lampada per vederlo e un coltello nel caso in cui le avrebbe fatto del male. Avvicinandosi al marito la luce della lampada gli rivelò il più magnifico dei mostri, Amore era disteso, coi riccioli sparsi sulle guance rosate e le sue ali stavano dolcemente ripiegate sopra le spalle. Accanto a lui c’erano il suo arco e la sua faretra. La ragazza prese fra le mani una delle frecce dalla punta dorata, e subito fu infiammata di rinnovato amore per suo marito. Psiche moriva dalla voglia di baciarlo e sporgendosi, su di lui, fece cadere sulla sua spalla una goccia d’olio bollente dalla lampada. Svegliato di soprassalto, Amore balzò in piedi e capì quello che era successo e disse che lei aveva rovinato il loro amore e che ora erano costretti a separarsi per sempre. Lei si gettò ai suoi piedi ma Amore dispiegò le ali e scomparve nell’aria e con lui anche il castello. La povera Psiche si ritrovò da sola nel buio, chiamando invano l’amore che lei stessa aveva fatto svanire. Il primo pensiero di Psiche fu quello della morte, correndo verso la riva di un fiume lei si gettò dentro ma la corrente pietosa la riportò sull’altra riva, cosi iniziò a vagare per il mondo a cercare il suo amore. Amore, invece, tormentato dalla febbre per la spalla bruciata, o forse dallo stesso dolore di Psiche, trovò rifugio presso la dimora materna. Afrodite, quando venne a sapere che suo figlio aveva osato amare una mortale, che tra l’altro sua rivale, lo aggredì. Ma non potendo fare niente di male al figlio pensò di vendicarsi su Psiche, e con il permesso di Zeus mandò Ermes in giro per il mondo a divulgare la notizia che Psiche doveva essere punita come nemica degli dei, e che il premio per la sua cattura sarebbero stati sette baci che la stessa dea avrebbe donato. La notizia giunse fino alle orecchie di Psiche, che decise di sua volontà di andare sull’Olimpo a chiedere perdono. Appena arrivata sull’Olimpo, Afrodite, le strappò i vestiti e la fece flagellare, affermandole che questa era la punizione di una suocera addolorata per il figlio malato. Dopodiché le ordinò di ammucchiare un cumulo di grano, orzo, miglio e altri semi; di prendere un ciuffo di lana dal dorso di una pecora selvatica dal manto dorato; di riempire un’urna con le acque delle sorgenti dello Stige. In poche parole tutti compiti impossibili, che però Psiche riuscì a compiere con l’aiuto di formiche, che accumularono il grano, di una ninfa, che le spiegò come e quando avvicinare la pecora, e perfino dell’aquila di Zeus, che l’aiutò a prelevare le acque dello Stige. Queste erano solo alcune delle crudeltà che Afrodite infliggeva alla povera Psiche, ma quando Amore seppe di quello che stava succedendo in casa di sua madre, salì sull’Olimpo da Zeus per permettere il suo matrimonio con Psiche. Zeus, non potendo rifiutare la supplica di Amore, fece riunire tutti gli dei dove partecipò anche Psiche. A questa assemblea Zeus decise di elevare al grado di dea, Psiche. Cosi dicendo egli diede la coppa di nettare divino alla mortale che accettò con molta paura. Dopo svariate sofferenze, Psiche fu ben accolta sull’Olimpo, anche da sua suocera poiché aveva ridonato il sorriso al figlio, lo stesso giorno fu allestito un banchetto nuziale per festeggiare la nuova coppia. Amore e Psiche avevano trovato la felicità, ed il loro figlio fu una splendida femminuccia, alla quale fu dato il nome di Voluttà.

(Lucio Apuleio)

Quadro: Moreno Bondi: Amore e Psiche

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Comments:
Fiumi d'inchiostro si sono scritti che ancora si odono i flutti sull'eterna favola di Eros e Psiche.

Molte sono le chiavi di lettura.
Talmente tante da perdere un significato unitario.
Apuleio con quest'opera tocca un Archetipo che ci parla della nostra vita. L'alieno mondo antico improvvisamente così vicino, un ponte tra ciò che fu e ciò che è.

Poco posso scrivere, che non risulti unilaterale, che mutili e spogli il significato del mio sentire.

Quando l'anima conosce il dolce inferno, una fanciulla deve scendere slabbrate scale.
Serpenti attendono.

Tenebre.

Guardo nel loro infinito e solo quando giungono io so di essere veramente vivo.
 
Questo mito è incomprensibile; tutti si riempiono la bocca di questo argomento, tutti si dicono maestri e vorrebbero insegnare chissà che cosa. E io continuo a chiedermi perchè allora tutti soffrono di solitudine? Perchè queste due entità continuano a rimanere separate?
 
Quale sarebbe la meraviglia se fossero già unite?

Ciò che è dato gratuitamente è gratuito anche quando prezioso.

Ciò per cui non si lotta non ha valore.
 
incantevole illusione che da sempre mi segue.
 
Eros che nel mito orfico della creazione è addirittura “il generato per primo”, gli vengono attribuiti più padri e più madri, anche se andò configurandosi come il figlio ragazzo di afrodite, in grado di far divampare la passione amorosa anche nel cuore più freddo ed insensibile. Al contrario di Afrodite, non si innamorava mai e non scoccava le sue frecce perseguendo un disegno, quasi identificandosi con quest’azione e con i segni tangibili delle sue ferite nel corpo e nell’anima.
Psiche; una leggenda di origine sostanzialmente letteraria la descrive come una fanciulla tanto bella da attirarsi onori pari a quelli riservati ad Afrodite. Poiché nessuno osava avvicinarla per chiedere la sua mano tanto era bella il padre la vesti da sposa e la mise su un dirupo da cui sarebbe dovuto venire a prenderla un m mostro. In realtà psiche si trovò catapultata in un palazzo bellissimo e sposa del dio dell’amore stesso con l’unico obbligo di non guardarlo in faccia. La gelosia delle sorelle e le loro tentazioni faranno si che pagherà pesantemente la trasgressione.
Questa è la chiave di lettura con cui mi piace di più rileggere questa favola. Bisogna fortemente trasgredire per ottenere l’amore.
La trasgressione è da sempre rappresentata come l’inconfessabile, con le fantasie più audaci, visitata dai molti come il limite che si può raggiungere ma, che non va superato. La favola che stiamo trattando restituisce dignità alla trasgressione. Per chi ha avuto la pazienza di rileggere la favola in versione integrale sarà facile capire come ogni prova che Psiche ha dovuto superare per ricongiungersi con il suo amato in realtà sia una metafora precisa di quanto sia faticoso e doloroso scoprirsi per arrivare ad esplorare il mondo di un altro essere. Ed è fortissima la sensazione che nell’affrontare queste prove non ci sia mai la certezza di ottenere un risultato o un premio, ma a volte solo un rimando ad un’aaltra prova.
L’amore, il ricongiungimento, sono a volte proprio questo, un continuo rimandarsi delle promesse, spesso la bellissima tensione del desiderare viene rotta dal cogliere il frutto del desiderio ed inevitabilmente l’abbandono del sogno provoca freddo e dolore che sono l’altra faccia di Eros e Psiche. Entità fisiche infatti, che trasgredendo costruiscono un limbo all’interno del quale possono incontrarsi esseri imperfetti di due mondi differenti. L'anima (Psiche) sarebbe intesa, in una successione di gradi decrescenti di perfezione, come l'elemento mediano di congiunzione (copula mundi) tra il mondo sovralunare, espresso da Dio (Giove) e dall'angelo (Cupido), e quello sublunare, manifestato dalla materia (le due sorelle). Di qui poi il significato allegorico di Cupido come Eros platonico (il desiderio di bellezza), il quale, alla visione della bellezza (=Psiche), eleva l'anima all'ASSOLUTO, permettendole di eludere l'intervento di Venere (la "libido"). E’ l'ascesa dell' Anima (Psiche) dal mondo e dal suo amore bestiale verso la rivelazione dell' amore spirituale. Meno intensa invece, la visione di chi ha riscontrato un' esaltazione paganeggiante degli "illeciti amori".




La favola di "Amore e Psiche" si presta ad interpretazioni filosofiche perché risente dei contributi dottrinali forniti dalla cultura diffusasi nella tarda grecità (vale a dire dal IV-III sec. a.C. in poi). In Apuleio tuttavia la trattazione di un argomento dottrinale non è fine a se stessa, ma è filtrata attraverso una favola, cioè una forma di divertimento e di intrattenimento.
In ambito filosofico, si distinguono due chiavi di lettura predominanti della favola: quella aristotelica, risalente ad una corrente di pensiero ancora fortemente radicata nelle province romane dell'Africa settentrionale del II secolo d.C.; quella neoplatonica, espressa dalla famosa scuola fondata da Plotino nel III sec. d.C: questa risultò essere l'interpretazione più seguita anche durante il Rinascimento, decisamente neoplatonizzante.
Lettura aristotelica
Si tratta di una rilettura della favola eseguita sulla base delle possibili influenze che il pensiero di Aristotele ebbe su Apuleio. Ipotesi da non scartare, questa, se si tiene conto dell'origine composita del sapere latino. Ll'influenza del pensiero aristotelico è riscontrabile nell'idea dell'anima vista come "facoltà" di crescere, di nutrirsi, di muoversi e di sentire: così Psiche, superando, nell'ambito della trama narrata, le prove ordite da Venere, rappresenterebbe il "pensiero puro" (nous, in greco) che viene a contatto con gli aspetti "sensibili" dell'esistere. Cupido, invece, starebbe ad indicare il corpo, ovvero la fisicità assoluta, la quale, nel contesto di una filosofia sostanzialista (quale‚ appunto quella aristotelica), gode della stessa dignità dell' anima.
Lettura neoplatonica
Il criterio di lettura della "fabella" suggerito dall' interpretazione ispirata al neoplatonismo si incentra sul concetto di emanazione: l'anima razionale (Psiche), cioè, deriva da un principio universale ed eterno, l'UNO (vale a dire l'Olimpo degli Dei), e nulla, al mondo, partecipa così intensamente dell'essenza dell' UNO come l'anima stessa. Tuttavia, l'eccessiva cura per le cose terrene (i tesori della reggia) conduce Psiche ad affrontare numerose peripezie, le quali stanno a rappresentare il degrado dell'entità emanata nella materialità (la quale, platonicamente parlando, coincide con l'assenza dell' UNO). Ma l'anima, che è immortale (per Plotino, infatti, "nulla muore o si rigenera dal momento che tutto è essere" ), è riassorbita nell'UNO di cui fa parte (processo dell' "estasi") e diviene libera (così, Psiche è finalmente in grado di salire con Cupido nell'Olimpo degli Dei).
Forse questo è il vero premio per chi osa “trasgredire alle regole degli dei”.

Luca Napoli
 
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