La personalità borderline


 

Il termine “Borderline” significa “linea di confine” e in qualità di sostantivo indica qualcosa di dubbio, incerto, marginale e può prestarsi a diverse interpretazioni. In campo psicologico e psicopatologico ciò ha comportato spesso una certa confusione nella definizione e nell’inquadramento diagnostico, che rende questo termine ancora oggi non ben chiaro a molti.

A tal proposito occorre fare un breve ripercorrere quella che è l’origine del termine e le teorie elaborate attorno ad esso.

Autori come Bleuler, Glover e Reich avevano descritto tale condizione psicopatologica agli inizi del 900′, senza concettualizzarla né darle un nome preciso.

Il primo ad introdurre il termine Borderline in letteratura è stato Daniel Stern, il quale nel 1938 ha descritto una forma di sofferenza psichica meno grave rispetto alle forme psicotiche tradizionalmente conosciute, ma più grave rispetto a quelle nevrotiche e, sempre in rapporto a queste ultime, più resistente al trattamento psicoterapeutico, all’epoca prevalentemente di indirizzo psicoanalitico.

Venne così individuata una nuova struttura di personalità che si colloca a metà fra la Struttura di Personalità Psicotica e la Struttura di Personalità Nevrotica, assumendo il nome di Struttura di Personalità Borderline.

Successivamente Kernberg (1958) propose una più chiara definizione del concetto espresso da Stern, secondo la quale i soggetti caratterizzati da un’organizzazione di personalità borderline presentano tratti quali debolezza dell’Io, uso sistematico di meccanismi di difesa primitivi, relazioni sociali caratterizzate da conflittualità ed infine diffusione dell’identità. Al di là di una certa complessità sintomatologica, l’autore suggerisce che ciò che aiuta a definire tali soggetti sia una struttura comune che caratterizza la tipica personalità Borderline e che permetterebbe di riconoscerla.

Oggi, il termine Borderline assume un’accezione diversa da quelle finora illustrate, andando a definire uno specifico disturbo della personalità, caratterizzato da una costellazione di sintomi variegata e complessa, ma riconducibile a due principali ambiti disfunzionali: una instabilità affettiva e relazionale ed una marcata impulsività.                                                                                                                                                                                    Il DSM IV-TR descrive così il Disturbo della Personalità Borderline (BPD): “modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’autostima e dell’umore, e marcata impulsività”. Tale condizione si presenterebbe nella prima età adulta e sarebbe presente in una varietà di contesti.

Fonagy e Target (1996, 2000) ritengono che il deficit principale dei soggetti affetti da BPD sia di natura metacognitiva, dove per “metacognizione” si intende la capacità di considerare gli altri come dotati di emozioni  e di comprenderne quindi il comportamento in termini di motivazione. Gli autori introducono il concetto di “Funzione Riflessiva del Sè”, intesa come la capacità della persona di percepirsi come un essere dotato di emozioni, desideri, bisogni, sentimenti e pensieri. Secondo gli autori, un soggetto con BPD ha esperito vicissitudini nel corso della vita evolutiva, quali traumi ed esperienze di attaccamento inadeguate. Ciò avrebbe compromesso la sua capacità di capire e riconoscere gli stati mentali propri e altrui, impedendo di conseguenza al soggetto sia di gestire le emozioni in modo adeguato che di comprendere la sofferenza indotta nell’altro a causa dei propri comportamenti ed impulsi, che egli è incapace di controllare.

Sono stati molti i tentativi di individuare un tipo di trattamento che, basandosi su una maggiore accuratezza nell’inquadramento diagnostico del disturbo, si proponga di essere d’aiuto sia per i clinici che per i pazienti stessi.

Fonagy, riprendendo il suo concetto di “Funzione Riflessiva del Sè”, ha proposto un metodo di trattamento basato sulla “Mentalizzazione”, offrendo un’ottica di comprensione e di cura basata su un più moderno filone psicoanalitico integrandovi principi di stampo cognitivo, senza dimenticare le basi neuroscientifiche che possono contribuire a spiegare meglio l’insorgenza della condizione.

Ad oggi, sembra che le varie componenti considerate, tra cui quelle genetiche, biologiche, psicologiche e sociali, non siano sufficienti da sole a spiegare l’esordio ed il mantenimento del Disturbo Bordeline di Personalità. Sembra piuttosto che occorra considerare tutti questi fattori contemporaneamente, allo scopo di comprenderne meglio l’insorgenza.

Per quanto riguarda ogni singola variabile, si può affermare che, presa separatamente, ognuna di essa possa contribuire all’insorgenza del disturbo solo in presenza di determinati fattori scatenanti, ad esempio di natura ambientale. Molte ricerche inoltre ipotizzano la presenza di una disregolazione neurobiologica associata a tratti di instabilità affettiva ed impulsività,  di una relazione tra trauma infantile e BPD e la presenza di cambiamenti neurobiologici permanenti conseguenti a gravi eventi traumatici. Queste ricerche sembrano convergere verso un modello neuro evolutivo del BPD.

L’ipotesi di partenza è che impulsività e instabilità affettiva provengano da fattori genetici o da precoci esperienze negative, quali abusi o abbandoni, che altererebbero il normale sviluppo del bambino. Tali esperienze influenzerebbero l’interazione fra bambino e genitore e ciò potrebbe avere effetti negativi sullo sviluppo successivo dell’individuo per quanto riguarda la costruzione di sé e delle relazioni con gli altri. Il temperamento del bambino potrebbe inoltre provocare risposte inadeguate da parte di chi si prende cure di lui, i caregivers, inducendo alti livelli di stress reciproco che potrebbero contribuire ad un’ulteriore alterazione dei sistemi neurobiologici della persona.

Volendo trarre una conclusione, si può affermare che le recenti teorie sulla genesi del BPD ipotizzino come esso sia determinato, a livello evolutivo, da una predisposizione neurobiologica o ambientale che produce delle alterazioni nello sviluppo dei sistemi cerebrali e nelle modalità di interazione interpersonale, che provocano lo stabilirsi di schemi sociali maladattivi o di esperienze ambientali che predispongono l’individuo ad uno sviluppo in senso psicopatologico del suo bagaglio neurobiologico.