Il Marinaio di Memento Mori


La tempesta aveva preso tutti di sorpresa.
Molti non avevano fatto in tempo a svegliarsi che erano annegati quando la barca si era spezzata.
Il marinaio era caduto fuori bordo e tutto era stato risucchiato da acque voraci.
Non vedeva niente, non sentiva niente, non avvertiva niente che la potenza degli elementi sopra di lui.
Nuotava ma i vestiti lo tiravano giù.
Infine vide in mezzo all’acqua, dritto su uno scoglio un altro se stesso.
Implorò aiuto a quell’immagine che non sembrava risentire delle onde frustate dal vento e la sua risposta gli giunse chiara da qualche parte dentro la sua testa:

“Affonda nel mare.

Per trovarvi la morte.

Tu sei eterno.

Godine sino in fondo.

Va dove non posso seguirti”

Il marinaio non capiva quelle parole, ma capiva che le sue energie si stavano esaurendo.
Urlò, pianse, si disperò. S’immerse e tornò a galla mentre la figura continuava a fissarlo. La implorò, la maledisse.
Quando affondò vide la linea dell’acqua agitarsi come un serpente senza testa.
Cadeva nel profondo e non aveva più forza di nuotare.
Questa la fine?
L’oceano la sua tomba?

Capì che stava affogando quando le ultime bolle d’ossigeno, la vita, gli uscirono dalla bocca e si trasformarono in diamanti che salivano in alto.
Li guardò luccicare e toccare la superficie, che in quell’istante, si trasformò in una volta di ghiaccio, che brillò ammiccante come vetro levigato prima di spegnersi.

Ora era buio.
Faceva freddo, il silenzio era della morte.

Affondava in profondità remote che nessun uomo aveva mai raggiunto.
In lontananza scorse un bagliore.
Una punta di spillo in un vestito da notte.
Una luce.

Le andava incontro, avvicinandosi.
Quando giunse capì che il fondo dell’oceano nascondeva una stella.
Ribollente di un fulgore vivo.

Tese le mani, la raccolse e pianse, e il mare erano le sue lacrime.
Quando guardò di nuovo la stella era il suo petto.

Si erano finalmente ritrovati ed erano diventati una cosa sola.
Insieme avrebbero illuminato il mondo.