L’uomo senza volto di Memento Mori


Si guardò allo specchio.
Lo specchio gli restituiva quello che gli dava.
Dopo tanti anni era ancora per lui un mistero come potesse vedere.
Il suo volto presentava, ma forse era meglio dire che non presentava, i tipici tratti somatici che tutti gli uomini, lo poteva constatare, avevano connaturati.

Gli occhi, il naso, la peluria facciale, gli zigomi e i capelli erano assenti. Forse c’era un accenno di bocca, un taglio rudimentale poco sopra al mento che ogni tanto sbavava e dal quale poteva assumere solo pasti liquidi.
Tutto il resto era una distesa liscia, priva di rughe e lucente.

Ormai c’era abituato.
Era anche abituato alla gente che per strada lo fissava, poi distoglieva lo sguardo, ai bambini che lo indicavano e alle mamme che li portavano via frettolose in giornate di pioggia.
Non gli importava, in fondo, viveva di pochi piaceri.

Tra questi le immancabili sigarette.
Se fumava emettevano un angelo azzurro che si esprimeva attraverso lettere arabe soprattutto se non c’era vento.
Era silenzioso e lo accompagnava ogni dove andasse.
Aveva cominciato a fumare in gioventù ed era stato un amore che, a differenza degli altri, gli era stato fedele. Così fedele che una compagnia Norvegese che coltivava tabacco lo aveva voluto come testimonial nella loro campagna pubblicitaria.
Il tabacco aveva bisogno di calore ed in Norvegia l’unico luogo dove la temperatura era stabile tutto l’anno era sott’acqua. La compagnia coltivava il tabacco in grosse polle di vetro qualche metro sotto la superficie e dato che doveva produrre in chi lo fumava un piacere totalmente fisico, squadre di sommozzatori eunuchi erano preposti alle sue cure.
Quando gli proposero di fare da testimonial, gli dissero che anche se non era castrato, a loro dire era abbastanza mutilato da soddisfare i loro requisiti.

Accettò e per un periodo si era anche divertito, ma la campagna fallì e soldi se ne andarono.
Rimasero le sigarette.

Delle altre cose che riempivano la sua vita vi erano le donne.
Contrariamente dal provocare ribrezzo, la sua faccia le attirava e accendeva in loro uno sguardo ferale.
No importava che età avessero, tutte, prima o poi, lo volevano.
Si chiese a lungo il perché di questo curioso meccanismo.
Forse era perché non avrebbe mai dovuto fingere di essere felice dei regali che gli facevano e il suo volto non avrebbe mai mostrato stizza per la loro a volte opprimente presenza.
Leggevano quello che volevano nello scudo di pelle che era la sua faccia e qualsiasi cosa leggessero gli doveva piacere.

Aveva avuto in questo modo lunghe relazioni.
Non potevano però durare in eterno e quando finivano si trovava in un deserto infinito.
Ogni volta era come svegliarsi da un sonno profondo.
Lo avevano usato e si erano arricchite di lui.
Non poteva diventare più povero di quanto già fosse, ma se fosse stato ricco, sarebbe stato il più povero degli uomini.
Il guaio era che accettava tutti gli amori.
E lui finiva per innamorarsi a sua volta, più per abitudine, poi si trovava in trappola.
Quando lo intuiva, trovava sistemi per prolungare la relazione dettati dal calcolo e dal terrore della sofferenza.
Ma erano, uno dopo l’altro, destinati a fallire.

Durante la relazione, lei gli chiedeva sempre di mettersi una maschera.
Lui ne aveva una collezione sconfinata, gli ripugnava indossarle, ma come si dice, faceva buon viso a cattivo gioco.
Le maschere sono oggetti terribili.
In particolare hanno la brutta abitudine di crescere sulla faccia di chi le porta fino ad incastrarsi, a volte per sempre.
Pensava che all’inizio della vita di ogni persona, si dovesse fare una scelta su quale maschera portare per il resto della vita e a differenza degli altri, lui quella scelta non l’aveva fatta ed eccolo senza faccia e senza destino.

I soliti pensieri di sempre.

Si aggiustò la cravatta, si voltò e prese la pesante macchina fotografica sul tavolino.
Una controllata, tutto a posto, fuori già suonavano le campane del paese.
La processione era iniziata e la gente era in strada che applaudiva.
Passavano uomini in camice bianco con lunghi cappucci e bestie da soma: buoi e asinelli, trasportavano grottesche effigi in cartapesta. Un uomo, lo scemo del villaggio, indossava la pelle di un lupo e mimava il suo attacco sulle fanciulle del villaggio che schiamazzavano sguaiate.
Poi vi fu una processione di santi e per ultima l’enorme statua lignea della Madonna che sarebbe passata in custodia per l’anno ad un’altra chiesa.

L’uomo senza volto era però attratto da qualcos’altro.

Non gli interessavano gli incappucciati, né le bestie e tantomeno l’agnello nelle vesti di lupo.
Pure l’alta Madonna lo lasciava indifferente.

Era il loro riflesso che lo affascinava.

Quando queste figure passavano solo lui rimaneva immoto.
La folla, al contrario, era in festa e si agitava tutto lo spettro delle emozioni umane.
C’era chi applaudiva e rideva, chi piangeva, chi si faceva il segno della croce sussurrando preghiere e c’era il terrore dei più piccoli che non capivano cosa succedeva.
L’uomo senza volto non vedeva una persona che non fosse partecipe dell’evento.

Tranne lui.

In particolare, quando si facevano il segno della croce, provava una fitta allo stomaco e se avesse avuto gli occhi, le lacrime gli sarebbero scese.
Fotografò la folla imprimendo per sempre gli istanti in cui il divino colpisce l’uomo.

Era buffo.

Solo questo gli faceva effetto.

Quando il suo Amore lo lasciava si trovava sempre qui.
Si chiese se un giorno sarebbe stato colpito dalla folgore degli dèi, offesi dall’abominio che rappresentava.

Ma come ogni anno, anche quell’anno, l’angelo azzurro lo accompagnava.
Gli mostrava la via che lui non poteva vedere.