La terapia on-line: cosa cambia nella connessione tra paziente e terapeuta?

Dall’inizio del marzo scorso la nostra vita è stata rivoluzionata, tra gli ambiti più intimi della persona che hanno subito improvvise e radicali variazioni, per chi lo stava praticando, non possiamo escludere la psicoterapia. A causa di questo cambiamento terapeuti e pazienti si sono trovati a condividere l’incertezza rispetto alla possibilità di continuare il percorso terapeutico on-line. Alcuni terapeuti inizialmente erano molto restii a proporre ai loro pazienti uno stravolgimento così evidente nella strutturazione delle sedute, il cosiddetto setting. Per contro, molti pazienti erano preoccupati, non solo per l’aspetto economico, dovuto alla limitazione delle risorse finanziarie, ma anche per la possibilità di avere privacy e il giusto livello di intimità per sostenere un incontro di terapia. In questo articolo tratteremo questa tematica e le possibili implicazioni, in funzione anche dell’esperienza che in questi due mesi e mezzo circa, terapeuti e pazienti hanno riscontrato nelle loro terapie.

E’ possibile mantenere la connessione emotiva tra paziente e terapeuta nelle sedute on-line?

Come abbiamo detto, i dubbi in merito alla possibilità di fare sedute on-line era presente tanto nei terapeuti quanto nei loro pazienti. Ormai da anni la possibilità di sostenere terapie attraverso le videochiamate è una pratica possibile, ma solo pochi terapeuti e pazienti ne hanno usufruito. Anche l’etimologia delle parole sembra non includere la possibilità di utilizzare questa strada: spesso come sinonimo di seduta di psicoterapia viene utilizzato il termine “incontro” il che presuppone un movimento verso l’altro e non lo stare seduti vedendo l’altra persona attraverso uno schermo. Questa trasformazione forzata ha quindi portato in entrambi i componenti della relazione terapeutica perplessità e resistenze di vario genere, in quanto il cambiamento come abbiamo espresso nel nostro articolo precedente, (per un approfondimento: clicca qui) induce in tutti noi un certo grado di timore.

A distanza di poche settimane in molti hanno rivisto le loro posizioni critiche e hanno scoperto le potenzialità delle terapie on-line. A questo proposito, già in un articolo del 2013 pubblicato sulla rivista Psychoanalytic Psychology, Paolo Migone, direttore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane, scriveva che le discussioni sull’efficacia delle terapie on-line sono utilissime perché permettono di riflettere sugli approcci rigidi e stereotipati che spesso assumiamo nei confronti della terapia. In questo senso possiamo riflettere su quanto sia cambiata la modalità di gestione della terapia nel corso degli anni. Quando la psicoanalisi fece la sua comparsa, il suo capostipite S. Freud sostenne che tutto il successo del processo analitico (terapeutico) dipendeva dall’uso del lettino (abbiamo tutti presente la classica immagine di Freud con il suo sigaro e il paziente di spalle sdraiato su di una poltrona lunga) o dalla (elevata) frequenza delle sedute. Oggi sappiamo invece, attraverso la pratica clinica e l’evoluzione teorica che i vari approcci psicoterapici hanno apportato alla strutturazione del lavoro con le persone, che l’efficacia di una terapia è legata agli strumenti della tecnica, ma è soprattutto determinata dal rapporto che i pazienti stabiliscono con questi e con il loro terapeuta.

L’elemento veramente importante è che la coppia rifletta e “mentalizzi” l’uso che fa degli strumenti che vengono “giocati” all’interno della seduta. È il suo assetto mentale lo strumento principale del terapeuta. Nel caso delle terapie on-line le cose su cui riflettere sono quindi molte e lungi dalle intenzioni di questo articolo svalutarne l’importanza e la legittimità. Tutt’altro. Le reazioni ai cambiamenti indotti dalla pandemia di COVID-19 sono state molteplici e nello specifico quelle riguardo la terapia personale, trattandosi di un ambito così intimo e delicato della vita di una persona, meritano accoglienza e comprensione. La complessità di trovare uno spazio che è prima di tutto emotivo a causa dell’obbligo di stare in casa e di condividere necessariamente gli spazi, che spesso sono particolarmente limitati, ha creato non pochi ostacoli al lavoro personale, ma non per questo ne ha determinato la conclusione o la messa in stand by.

Chi pratica regolarmente la psicoterapia sa bene quale sia, in alcuni momenti, il livello di emotività che una seduta può evocare, la domanda che ci siamo posti all’inizio della quarantena è stata: “Riusciremo a preservare il campo della relazione terapeutica? Sapremo mantenerci sintonizzati sul ritmo che abbiamo costruito tra silenzi, rotture e riparazioni?”. In questo senso ci hanno aiutato le considerazioni di Daniel Stern: nel corso del lavoro psicoterapeutico ci sono dei momenti speciali in cui tra paziente e terapeuta si crea una connessione particolare, conscia e inconscia, che determina un cambiamento terapeutico. Si tratta di un contatto tra i due Sé (di paziente e terapeuta), caratterizzato da autenticità ed intimità.

Possono sembrare considerazioni fin troppo poetiche e ottimistiche, ma solo per chi è “estraneo” agli incontri di psicoterapia. Nelle sedute on-line terapeuta e paziente utilizzano i loro smartphone o computer per accedere alle apposite applicazioni quali ad esempio skype, zoommeetings, whatsapp, ecc.. e le loro inquadrature forniscono la possibilità di vedere un pezzo delle loro abitazioni, un pezzo di loro. Ecco che da un lato spuntano pile di libri, campeggiano quadri o soprammobili, può comparire un gatto o il muso di un cane. Indizi personali che, in condizioni normali, avrebbero fatto un ingresso diverso, per modi e per tempi. Nelle sedute classiche, le immagini sarebbero state affidate alla fantasie evocata dalle parole della persona, in quelle on-line invece viene meno l’aspetto evocativo ma si ha un’istantanea di quello che fa parte della vita della persona. Sarà un bene o sarà un male? È difficile dirlo fornendo una lettura univoca. Per alcuni pazienti è intrusione, per altri intimità. Questo possiamo evincerlo dalla modalità con cui la persona si premura di mantenere il riserbo o meno. Alcuni pazienti mostrano la propria camera o altri posti della loro abitazioni, altri invece preferiscono avere alle spalle un muro senza alcun dettaglio personale. Quello che è importante è che la persona si senta a suo agio e che il terapeuta utilizzi i suoi strumenti e quello che il paziente porta, anche attraverso questi dettagli, come farebbe nella seduta in presenza fisica.

A questo va aggiunto, ed è un fattore fondamentale quanto frequentemente riscontrato, che per molti pazienti non è facile trovare in casa la privacy necessaria che favorisce l’abbandonarsi nello spazio-tempo della terapia. Questo ha costituito in alcune terapie uno stimolo a crearsi e cercare di ottenere il proprio spazio in casa aiutando a ridefinire i confini per chi non vive solo e si trova ad avere la necessità di avere un momento di intimità e solitudine. Spesso si sono trovate delle soluzioni alternative, sedute dalla cantina, dal terrazzino, dall’automobile parcheggiata sotto casa e chi più  ne ha più ne metta. Anche questa ricerca del luogo adatto, di un posto sicuro al di fuori della stanza in cui paziente e terapeuta si incontrano ha costituito un momento di crescita. Facendo leva sulla necessità del momento, è stato possibile avviare o resettare la ridefinizione di alcune modalità e dinamiche relazionali che per forza di cose lo stare chiusi in casa stavano ridefinendo. Ancora una volta il terapeuta e il paziente, che erano disposti a farlo, hanno quindi colto l’occasione per stimolare le capacità creative e di resilienza (adattamento). Sono così emerse soluzioni impreviste che portano nuovi vissuti, pensieri ed insight (Thompson, 2016). Alternative feconde in attesa di poter tornare ad essere “due persone in una stanza”.

Cosa non deve mai venire meno nelle sedute di terapia

Al di là delle possibili variazioni, che come abbiamo detto devono comunque garantire tranquillità e tutela della privacy nel paziente e la possibilità di svolgere al meglio il proprio lavoro al professionista, l’importante è mantenere la fiducia nella relazione terapeutica. Cogliendo il valore di una terapia che, sapendo adattarsi alle richieste della realtà, sappia umanizzarsi. Questa percezione risulta essere così corporea, da manifestarsi anche a distanza (Lowen, 1998). Così sottile da attraversare gli schermi. Sembrava molto difficile percepire fiducia e corporeità attraverso uno schermo, ma l’umanità e la disponibilità delle persone che si sono messe in gioco (e lo ricordiamo ancora una volta: tanto i pazienti quanto i loro terapeuti) lo ha permesso. Quello che forse più di ogni altra cosa ha aiutato paziente e terapeuta è stata proprio la reciprocità e l’empatia provate nel dover “rimescolare le carte” attraverso questo cambiamento (Terry & Cain, 2016).

“La nuova configurazione aggiunge più livelli all’umanità dei nostri clienti” afferma Kasper “Lo stesso accade a noi terapeuti quando si intravedono dei nostri spazi: condividiamo la nostra umanità”.

In conclusione possiamo quindi affermare che la possibilità di mantenere il contatto terapeutico, soprattutto durante un periodo complesso e ricco di dubbi come quello della quarantena ha consentito di fornire un supporto alle persone e di andare oltre questo obiettivo di base: continuare nel loro percorso di crescita, ridefinizione e scoperta. Dall’altro lato ha anche fatto mettere in gioco gli stessi terapeuti, chiedendo ai loro pazienti di fare né più né meno di quello che loro stessi sono riusciti a portare: creatività e resilienza. Questo forse è stato il primo elemento che ha facilitato il passaggio nel cambiamento di spazio, ha aiutato la condivisione e il fluire che paziente e terapeuta vivono nel corso degli incontri. La connessione tra paziente e terapeuta è un’energia che scorre e che manifesta la sua grazia anche attraverso la rete, la fibra che costituisce le nostre connessioni per accedere al mondo di internet e anche a quello più emotivo. A proposito di connessione, quello che è cambiato forse è solo il canale attraverso cui il lavoro terapeutico giunge, ma il punto di arrivo è sempre lo stesso: la persona, il suo corpo, la sua anima.

 

Studio Napoli

Dott.ssa Pieraccini Giulia

Dott. Pucci Damiano

Dott.ssa Rogai Lisa

Dott.ssa Simonini Samanta

Dott.ssa Tommasi Clarissa

 

Bibliografia

Lowen, A. (1998). Bioenergética (Vol. 76). Trad. it: Bioenergetica. Feltrinelli Editore.

Terry C. & Cain J. (2016). The Emerging Issue of Digital Empathy. American Journal of Pharmaceutical Education, 80(4), 58.

Thompson, R. B. (2016). Psychology at a Distance: Examining the Efficacy of Online Therapy. Dissertation for the Portland State University.

 

Sitografia

https://thebolditalic.com/therapy-is-a-whole-new-level-of-personal-these-days-d60deb652ba4

https://www.ilsole24ore.com/art/terapie-e-terapeuti-on-line-ADG4lvG

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