La fiducia: la sua utilità nella relazione terapeuta-paziente

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Secondo Peter Fonagy, psicoterapeuta ungherese, alla base del successo della psicoterapia c’è il rapporto di fiducia che si stabilisce tra terapeuta e paziente (Fonagy, & Target, 1996).

 

La costruzione di un rapporto di fiducia

La fiducia verso l’altro è un sistema che si è evoluto negli esseri umani poiché necessario per la sopravvivenza: ogni neonato che viene al mondo si trova a confrontarsi con una realtà estremamente complessa, che non è in grado di decodificare da solo. Dunque ha bisogno di affidarsi ai suoi simili. Ecco perché, in fasi molto precoci della vita, impara a “fidarsi” degli altri.

Dopo la nascita è infatti previsto un lungo periodo di apprendistato con le “figure di attaccamento” (in genere i genitori), che gli forniscono la “base sicura” a cui affidarsi per esplorare il mondo.  In altre parole, secondo Fonagy, poiché non siamo in grado di valutare da soli i contenuti delle varie informazioni che ci arrivano, né di affrontare da soli la moltitudine di sfide che la vita ci presenta, si è evoluto un sistema che ci permette di distinguere tra persone affidabili, coloro le quali ci consentono di apprendere, e persone inaffidabili, quelle male informate e/o male intenzionate. Dalla nostra naturale capacità di individuare persone affidabili, deriva la trasmissione della conoscenza e quindi la cultura.

 

Quali elementi inducono fiducia nelle persone?

Secondo Fonagy, a guidarci nella scelta di persone in cui avere fiducia è un preciso criterio: ci fidiamo delle persone che “ci riconoscono”, cioè “ci mentalizzano”. Capire che il nostro interlocutore è interessato a noi e comprende il nostro stato d’animo, innesca un canale protetto evolutivamente, che ci fa sentire in qualche modo al sicuro. Ecco perché una comunicazione contrassegnata dal riconoscimento dell’ascoltatore è più efficace. Questo vale anche per la psicoterapia: l’esperienza di essere compreso genera senso di sicurezza e fiducia, che a sua volta rende possibile l’esplorazione mentale, permettendo di focalizzare l’attenzione in maniera condivisa sugli stati mentali di paziente e terapeuta.

Quando la persona sperimenta, età evoluiva una riduzione del senso di sicurezza nei confronti dei genitori può trovarsi a percepire una sfiducia di base che impedisce di comprendere e accettare l’ambiguità dei rapporti interpersonali, e induce a diffidare di tutti, a credere che le intenzioni degli interlocutori siano diverse da quelle dichiarate. In qualche modo si manifesta una vera e propria della fiducia generalizzata. I processi comunicativi saranno allora disturbati e l’apprendimento dall’esperienza pressoché impossibile. Ecco perché la mancanza di fiducia può avere conseguenze psicopatologiche.

La nostra fiducia nell’altro si basa su elementi verbali e non verbali, ma anche su elementi che derivano dall’esperienza. Il nostro modo di prendere decisioni su perone, situazioni, capacità personali su cui si ritiene opportuno fare affidamento deriva infatti sia da esperienze diverse sia da condizionamenti esterni (raccomandazioni, elementi culturali, ecc..) decidono su persone, situazioni e capacità personali su cui ritengono opportuno fare affidamento. Sulla base di questi primi indicatori ci avviciniamo all’altro e solo successivamente inizieremo ad individuare altri elementi, principalmente riconducibili a comportamenti ed atteggiamenti, che l’altro mantiene nel tempo, attraverso cui confermiamo o meno la nostra percezione iniziale. Tutto ciò rende il rapporto di fiducia mutevole nel tempo e soggetto a continue oscillazioni nelle fasi iniziali che, solitamente, divengono sempre meno costanti ed ampie organizzate su un continuum che va dal polo della fiducia a quello della sfiducia.

 

La fiducia nella relazione terapeuta-paziente

“Fiducia” è una parola chiave in ambito terapeutico, sostiene Fonagy: infatti, come la capacità di ispirare fiducia, e quindi di dare avvio a una buona comunicazione e interazione, a spiegare il successo di una psicoterapia, così invece la perdita della fiducia negli altri può spiegare gran parte, se non tutte, le psicopatologie. Ebbene, la disponibilità e la fiducia del paziente, nella psicoterapia, costituiscono la collaborazione che porta all'”assunzione e all’utilizzazione” dei contenuti psicoterapeutici. Solo così l’efficacia potenziale del trattamento si fa reale e concreta producendo il cambiamento. La disponibilità e la fiducia sono infatti il veicolo imprescindibile per il raggiungimento degli obiettivi in qualsiasi modello psicoterapeutico.

Carl Rogers (1957), considerato uno dei maggiori esponenti della psicologia umanistica, offre un modello teorico di relazione d’aiuto basato su alcuni punti cardine, uno di questi è appunto la fiducia.

Partendo dalla visione umanistica e positiva dell’uomo inteso come un essere che non è fatto solo di problemi, limiti, conflitti, patologia, ma che è prima di tutto “sano”, possiede risorse, capacità, qualità e potenzialità, la fiducia diviene uno degli atteggiamenti interiori alla base di qualsiasi relazione d’aiuto e significa credere nelle proprie e altrui risorse. Questo approccio è caratterizzato da una grande fiducia nella natura umana; i soggetti hanno dentro di loro la capacità di attivare le proprie risorse di recupero e di auto-riorganizzazione, attraverso un percorso di autocomprensione e di autoregolazione, che porta allo sviluppo delle infinite potenzialità che possono far parte della persona. In questo senso risulta fondamentale che il terapeuta accompagni il paziente alla scoperta delle proprie capacità e ne consolidi l’acquisizione attraverso la presa di coscienza (Rogers, 1959).

Tali assunti hanno portato la pratica rogersiana a configurarsi come un’azione di facilitazione fondata sul rispetto della persona e sulla fiducia nelle sue responsabilità. All’interno della quale risulta fondamentale un altro concetto guida rispetto all’approccio, risulta quello di “tendenza attualizzante”, vale a dire la tendenza innata di tutti gli organismi viventi ad espandersi, a maturare e a sviluppare il proprio potenziale individuale. L’approccio rogersiano è un approccio non direttivo in quanto vuole attribuire massima importanza alla relazione e a ciò che avviene nella relazione. Il valore della relazione terapeutica dipende in primis dalla qualità dell’incontro interpersonale tra terapeuta e paziente e la non direttività non significa passività, è invece la qualità della presenza e dell’ascolto che aiuta a “guarire” e permette lo stabilirsi di una relazione che cura. E’ importante che la persona sia motivata ad intraprendere un percorso e che percepisca nel terapeuta quelle che Rogers ha definito come le tre condizioni necessarie e sufficienti che il terapeuta deve possedere affinché si manifesti il cambiamento: accettazione positiva e incondizionata, empatia e congruenza.

In particolare ascoltare attivamente significa immaginare noi stessi nella situazione vissuta dall’altro. Al fine di realizzare l’ascolto attivo è necessaria l’empatia ovvero la capacità di mettersi nei panni dell’altro rispettando la distinzione tra se e l’altro. Attraverso questa il terapeuta comprende i sentimenti del paziente, vede e vive il mondo della persona come quest’ultima lo percepisce, anche se è diverso dal suo modo di esperire, rispetta la diversità dell’altro, rimane nel qui ed ora, accoglie lo schema di riferimento del paziente, cioè come la persona vede se stessa, gli altri, il mondo, si adatta ai suoi tempi ed al suo linguaggio. La comprensione empatica consiste quindi nella percezione corretta dello schema di riferimento interno altrui, cioè dell’insieme di esperienze, sensazioni, percezioni, significati che sono connessi all’evento emotivo (1980).

Questi risultano essere elementi imprescindibili per rafforzare il rapporto di fiducia all’interno della relazione terapeutica che in questo modo viene rafforzata e rende sempre più efficace il lavoro all’interno del setting psicoterapeutico.

La psicologia umanistica, di cui fa parte l’approccio centrato sul cliente, vede la persona nelle sue dimensioni di soggettività, libertà e responsabilità; l’uomo è visto come un essere capace di formulare progetti, valutazioni e opzioni e che ha la capacità di autodeterminarsi. I soggetti sono quindi visti come agenti di scelta liberi e responsabili. L’umanità cui facciamo riferimento non è solo quella del paziente, ma anche quella del terapeuta che mette al servizio la sua umanità e la sua autenticità al servizio della persona che nel corso del percorso psicoterapeutico si trova a confrontarsi con un altro essere umano nel contesto di una relazione strutturata che può costituire un elemento di sostegno nei momenti di difficoltà.

Il terapeuta sta con la persona, con rispetto ed attenzione per ciò che osserva e sospensione dei giudizi di vero o falso.

 

Bibliografia

Fonagy, P. Target, M. (1996). Playing With Reality: I. Theory Of Mind And The Normal Development Of Psychic Reality. Int. J. Psycho-Anal., 77:217-233.

Rogers, C. (1957), The necessary and sufficient conditions of therapeutic personality change, «Journal of Consulting Psychology», 21, pp. 95-103.

Rogers C. (1959), A theory of Therapy, personality, and interpersonal relationship, as developed in the person-centered framework, in KOCH S. ed., Psychology: A study of science, vol. III. Formulations of the person and the social context, New York, McGraw-Hill, pp. 184-256.

Rogers C. (1980), Client-centerd psychotherapy, chapter 30, in KAPLAN H.I., SADOCK B.J. and FREEDMAN A.M. eds. (1980), Comprehersive textbook in psychiatry, Baltimore, Williams and Wilkins.

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