Gli invisibili

In psicologia ci si occupa spesso del tema degli invisibili: queste sono persone in stato di povertà, che spesso non hanno un lavoro o una casa in cui stare; oppure hanno una storia di immigrazione o sono ex carcerati. Sono gli ultimi, il gradino più basso della piramide sociale.
Ci potremmo chiedere perché queste persone non sono spesso aiutate e anzi, sono ignorate o screditate, a tal punto da criticare e giudicare il loro status.
Sarebbe troppo semplice pensare che questo avviene solo perché la natura dell’uomo è crudele e menefreghista, dobbiamo anche considerare tutta una serie di caratteristiche psicologiche naturali e spesso inconsce che potrebbero frenarci dal dare un aiuto concreto.
Se volessimo partire dalle “note dolenti” potremmo dire che ci sono per certo delle persone che attuano meccanismi di razionalizzazione e stereotipizzazione di queste categorie meno fortunate. Questi atteggiamenti sono quasi sempre appresi dalla cultura di appartenenza e sono messi in atto in maniera spontanea; le persone sono portate a pensare che ci sia una ragione logica dietro quello che sta passando qualcuno. E quindi non è raro trovarsi di fronte a ragionamenti del tipo “Gli immigrati sono qua per rubarci il lavoro”, oppure “Se è stato in carcere sarà sicuramente una persona spregevole” o ancora “La povertà è dovuta a condizioni di vita che si sono scelte autonomamente”.
Queste convinzioni possono essere un punto fisso che non ci permette di entrare in empatia con gli altri e di rimanere fermi nelle nostre posizioni talvolta fortemente stereotipate e stigmatizzanti, fino ad arrivare, nei casi più estremi, addirittura alla colpevolizzazione della vittima.
Anche se potrebbe sembrare una narrazione vecchia e già vista non dobbiamo scordarci che è difficile per noi avere opinioni e sentimenti contrastanti tra loro, quello che in psicologia chiamiamo con il termine di dissonanza cognitiva.  Questo ci porta ad autoconvincerci che queste convinzioni siano corrette e ciò ci fa stare meglio con noi stessi anche se non abbiamo fatto nulla per dare una mano, alleviando questa dissonanza.
Sempre sull’onda di questa nostra tendenza a voler stare bene con noi stessi è abbastanza comune mettere in pratica ciò che possiamo chiamare evitamento emotivo. Se ci mettessimo davvero nelle condizioni di voler aiutare i più bisognosi alla fine ci ritroveremmo con addosso un senso di angoscia ed impotenza: questo perché spesso poter essere davvero di aiuto comporta un impegno di soldi ed energie che non sono alla portata di tutti e potremmo quindi non essere nelle condizioni di fare quello che avremmo voluto.
Per proteggerci da questa delusione tendiamo quindi ad evitare di entrare in empatia con i meno fortunati, non guardandoli davvero negli occhi oppure voltandoci dall’altra parte quando passiamo loro accanto: così facciamo in modo di creare una specie di muro invisibile tra noi, alleviando il nostro senso di colpa, un po’ come se venisse messo in atto il detto “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.
Collegandoci a questo punto possiamo anche dire che questo tentativo di scappare dall’entrare in empatia con il prossimo è una tecnica difensiva non indifferente, perché siamo portati a pensare che anche se noi non abbiamo potuto, o non abbiamo voluto, fare nulla ci sarà sempre un’altra brava persona che si occuperà di loro. Quindi non dobbiamo preoccuparci o sentirci cattive persone per non aver fatto nulla, dato che comunque verrà loro dato un aiuto da qualcun altro.
Anche questo meccanismo, come abbiamo visto prima, ci è utile per scacciare quella scomoda dissonanza cognitiva che altrimenti ci verrebbe a fare visita e noi faremmo fatica a perpetuare la nostra convinzione di essere persone buone e caritatevoli.
Vediamo bene però che questa non vuole essere una critica, visto che è la natura dell’uomo ed è spesso invece utile nella vita quotidiana andare a zittire i nostri conflitti interni per poter vivere bene e serenamente.
Infatti, collegandoci a quanto appena detto, è normale e naturale avere la tendenza a tenere ad una certa distanza tutto ciò che non ci risulta immediatamente familiare. Questa potrebbe essere quindi un’ulteriore motivazione a quella distanza che tendiamo a mettere tra noi e i senzatetto, gli immigrati o i carcerati.
Siamo nati nella parte fortunata del mondo, ma anche a sua volta nelle condizioni più fortunate e quindi siamo lontani dal problema del dover scappare in un Paese straniero a causa della guerra o della carestia, non siamo abituati ad essere noi quelli con il colore diverso della pelle, non abbiamo mai messo piedi in una cella e non sappiamo che cosa significa non avere un tetto sopra la testa. Avere quindi a che fare con mondi che non ci appartengono minimamente può provocare ansia, tensioni o addirittura paura in alcuni casi, diventa automatico pensare che non stia noi, che le diversità sono troppe e non colmabili; e quindi ci allontaniamo, oppure ci voltiamo dall’altra parte.
Avvicinandoci al freddo e, insieme ad esso, anche al Natale, potrebbe essere quindi utile ragionare e prendere consapevolezza di ciò che ci accade dentro e ci porta ad ignorare tutti gli invisibili del mondo, perché magari possiamo scoprire che basterebbe poco a metterci in gioco e poter contribuire in modo attivo al miglioramento di alcune vite.

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